domenica 26 settembre 2021

Padre Renato Chiera, il padre dei meninos


Cosa fareste voi se un ragazzo, un minorenne, venisse a dirvi: «Sono nella lista di quelli da ammazzare. Aiutami».
Questo racconto nasce così, con un grido di aiuto di un ragazzino a un prete, e questo che pensa a cosa fare.
Troppo facile pensare che siccome la richiesta di aiuto viene fatta a un religioso, questa debba per forza essere raccolta ed esaudita.
Non parliamo di una disponibilità verso una persona ma di una vera e propria chiamata verso una missione nuova da parte del sacerdote.
Il prete è don Renato Chiera, l'angelo custode dei meninos di Rio de Janeiro.
I meninos sono dei bambini di strada che, prevalentemente orfani o abbandonati a se stessi, vivono nelle favelas dedicandosi all'accattonaggio e alla criminalità.
Sono bambini che non hanno futuro e che maturano, nell'arco della loro vita, un grande odio nei confronti della società che li ha, secondo loro, rifiutati.
Don Renato, un prete piemontese che più o meno da quarant'anni vive in Brasile dove ogni giorno della sua vita lavora per portare la grandezza della misericordia e della fratellanza tra i giovani della periferia di Rio e in molte altre periferie ancora, accoglie questo grido di aiuto e lo trasforma in una vera e propria chiamata della Provvidenza.
Già all'età di otto anni il suo interesse per ogni forma di emarginazione era molto forte e da grande – diceva – avrebbe seguito l'esempio di Don Bosco; insomma, la sua era una missione venuta da lontano sulle ali della fede che sempre ha accompagnato la sua vita.
Figlio di contadini piemontesi, decide di dedicarsi allo studio e trova nella facoltà di Filosofia il luogo dove meglio comprendere l'uomo in una dimensione metafisica.
Dopo la laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, padre Renato viene inviato come sacerdote diocesano nella periferia di Rio de Janeiro.
«Era una periferia» racconta «dove regnava solo violenza, non avevo mai visto dei morti per strada prima di allora».
Una violenza efferata, gratuita, quella che incontra il sacerdote per le strade di Rio. «Per due volte in pochi giorni mentre andavo in chiesa per dire Messa vidi la morte buttata all'angolo dei marciapiedi, e allora capì che l'inferno era quello».
L'inferno a portata di mano e la Provvidenza che aveva scelto per lui.


Che fare in mezzo a una simile desolazione?
Quale atteggiamento adottare per fare capire che una vita diversa è possibile? Quella violenza è diventata un fatto culturale profondo molto difficile da smantellare anche perché la figura di don Renato non era riconosciuta da molti.
Già il riconoscimento di un ruolo poteva in qualche modo aiutare e sostenere un lungo lavoro di ricostruzione di quelle anime che si erano perdute; per essere riconosciuti bisognava però fare una cosa, mettersi in gioco in prima persona.
Così padre Renato racconta: «Misi un altoparlante sulla mia macchina e andai in giro dicendo che ero un prete cattolico ed ero pronto a prendermi cura di loro, dei meninos».
Un atto di meravigliosa follia, cercando di caricarsi sulle spalle ogni problema di quei ragazzini.
Il primo a chiedere il suo aiuto fu un menino che rubava e si drogava perché era solo.
Che futuro poteva avere quel ragazzo abbandonato dalla famiglia e senza alcun progetto per il suo futuro? Lo volevano ammazzare e don Renato lo prese con sé.
Da quando lo aveva accolto era cambiato, ed era diventato, per lui, come un figlio.
Era l'esempio, quel menino, di come si potevano salvare delle vite di bambini dalle bruttezze della vita.
Poi una sera padre Renato tornò a casa e lo trovò morto. Gli squadroni della morte gli avevano sparato e quello fu solo l'inizio.
Sembrava che tutto potesse funzionare, invece la criminalità non si ferma mai; come una macchina del male genera morte e dolore.
Gli squadroni della morte non perdonano mai.
In un mese uccisero trentasei ragazzi della parrocchia, padre Renato venne minacciato di morte, il suo vescovo fu sequestrato. Si ritrovò solo in una parrocchia di centocinquantamila abitanti.
Un giorno poi arrivò quel grido d'aiuto che gli indicò la strada da percorrere: «Sono nella lista di coloro che vogliono uccidere. Aiutami». Fu allora che padre Renato sentì forte il grido di Cristo che chiedeva di non abbandonare i suoi bambini. Ebbe qualche timore, poi ripensò alle parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», e così iniziò la sua avventura per salvare la vita ai bambini di Rio. Don Renato in poco tempo si ritrova a dare rifugio e nutrimento a tanti ragazzi minorenni disagiati e persi, che oramai hanno trovato in lui e nelle sue preghiere un grande e sicuro rifugio. All'inizio ospita i ragazzi nel suo furgoncino, poi nel garage, ma il numero aumenta a vista d'occhio, così anche grazie all'aiuto di alcuni benefattori riesce a costruire una vera casa, La Casa do Menor. Un'opera che ha circa quarant'anni di storia e che può contare su un'equipe di centocinquanta operatori.
«Per noi nessuno è irrecuperabile» dice padre Renato, «Tutti sono figli di Dio, tutti devono poter essere amati e ascoltati, incoraggiati e motivati. Tutti loro hanno il diritto e il dovere di sognare».
Recuperare una dimensione di dignità umana facendo comprendere come un futuro decoroso, ordinato e pulito sia possibile.
Quella dignità che non hanno mai potuto conoscere perché nati per strada, senza una dimora, senza nessuno che li amasse e si prendesse cura di loro; in fondo ognuno di noi, l'unica realtà che conosce, almeno da bambino, è quella dove cresce e dove vive in un processo di emulazione che poi è in grado di generare, in un sistema perverso, la cultura del male.
Quel primo ragazzino ucciso dalle squadre della morte in realtà sta vivendo in ogni menino salvato e portato sulla giusta via. Con il suo operato, assieme a quello dei volontari, si è riusciti a dare lavoro a quasi cinquantamila adolescenti e giovani. Padre Renato Chiera è riuscito a sopperire alla carenza di assistenza medico-ospedaliera e a fornire appoggio alle famiglie povere. Oggi ad aiutarlo ci sono tanti ex ragazzi di strada che trovano un senso alla loro esistenza aiutando i loro amici a uscire dal buio di una vita senza speranza.
Don Renato è anche uno dei pochi ad addormentarsi nel mondo invisibile di Cracolandia, la terra di nessuno, dove i tossici giacciono a terra con gli occhi nel vuoto.
Un'altra piaga del Brasile, di Rio de Janeiro, dove chiunque può fare uso di crack e disintegrarsi il cervello.
Anche lì arriva la missione di Don Renato. «Sono entrato in questa realtà tirato per i capelli da Dio. Non potevo essere altrove». Così racconta facendo comprendere come per lui seguire la voce di Gesù sia ascoltare il grido degli ultimi, dei dimenticati.
Soltanto stando accanto a chi vive disperato padre Renato riesce a incontrare lo sguardo di Gesù crocefisso.


di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"



La storia di Padre Renato Chiera e la sua meravigliosa Vocazione a favore dei bambini poveri e bisognosi del Brasile, è una delle cose più belle che abbia mai conosciuto in vita mia, e nel mio piccolo sono fiero di poterla raccontare sulle pagine di questo blog. Non voglio dire niente altro in aggiunta al bellissimo ed esauriente racconto di Giovanni Terzi che ho riportato sopra, tranne che rimandare tutti coloro che ne volessero sapere di più al sito internet della Casa do Menor, dove si può approfondire la missione di questa meravigliosa e articolata opera di Carità e, per chi lo volesse, contribuire col proprio "obolo", la propria opera e la propria preghiera, alla sua crescita e prosperità. Il tutto per il bene di migliaia, anzi di milioni di bambini sudamericani che chiedono soltanto di poter avere un futuro lontano dal male, ed essere così avviati ad una vita onesta, buona e laboriosa, secondo i più alti Valori Morali e Cristiani.

Marco

domenica 19 settembre 2021

Don Francesco Cristofaro, la disabilità come forza


«Posso affermare che il bullismo esisteva già 37 anni fa. “Mamma, perchè cammina così?” Era questa la frase che da piccolino mi rendeva più triste. Quante volte l'ho sentita dalla bocca di bimbi che vedendomi camminare si rivolgevano alle loro mamme per chiedere, capire, scoprire, e poi mi guardavano e sghignazzavano o tante volte mi prendevano in giro tra di loro. E mi mettevo davanti allo specchio per vedermi camminare. Provavo un senso di disagio. Un bimbo bellissimo nel volto, nelle guance paffutelle, negli occhi scuri e nei capelli riccioli ma brutto nelle gambe, storte fragili, che spesso non si reggevano in piedi. E mi sentivo sempre più diverso da loro. E mi facevano sentire diverso da loro quando mi dicevano: “Tu non puoi venire con noi perchè poi cadi e ti fai male...”. Tutto questo mi faceva piangere e soffrire e pregavo, pregavo tanto per guarire. La Madonnina però non mi ascoltava e i santi erano sordi con me. Pensavo di essere cattivo e di non meritare nulla, perchè come può un bambino non essere ascoltato?»
Così racconta oggi don Francesco Cristofaro, nato il 10 novembre del 1979 settimino con una paresi spastica alle gambe. Ci sono voluti anni per comprendere cosa in concreto significasse quella parola. Solo una cosa Francesco aveva capito, e cioè che fino ai primi tre anni di vita non camminava. Ed era sempre tra le braccia della mamma o del papà, della nonna materna o di qualche zia.
«Ricordo le mie lacrime nascoste» racconta. «Ricordo le lacrime e la sofferenza dei miei genitori. Non si sono mai risparmiati in nulla per non farmi mancare niente. Ma, in mezzo a tanto girovagare, nulla di nuovo, nulla di più. Il problema c'era, il problema rimaneva, come per tanti anni rimase in me il desiderio e la preghiera per una vita normale, come tutti gli altri bambini che in una giornata di sole qualunque uscivano di casa per una partita a pallone o un giro in bicicletta. La prima volta che salii su una bicicletta per fare un semplicissimo giro, persi l'equilibrio e caddi facendomi una lunga strada tutta in discesa. Roba, per dirla in termini televisivi moderni, da Paperissima, e a queste scene ero abituato».

Francesco desiderava una vita senza pietismo, senza sentirsi dire: «Poverino!».
«Desideravo che non ci fossero differenze e questo mio desiderio è stato forte per tanto tempo».
All'età di diciott'anni, Francesco decise di fare un passo importante, un intervento chirurgico alle gambe per allungare i tendini di Achille.
Fu in quel momento che Francesco decise, sentendo la fede, di entrare in seminario.
Guarire era impossibile: nonostante la rieducazione lunga e faticosa nulla accadde di miracoloso, almeno dal punto di vista fisico.
Al contrario crebbe in Francesco la consapevolezza che al Signore serviva così, e i grandi sforzi del padre, umile carpentiere, della madre, casalinga, e di tutta la famiglia servirono ad alimentare la Fede.
Così Francesco diventa don Francesco Cristofaro, incontra il Movimento Apostolico che gli fa scoprire un Vangelo nuovo dove non si sente più invalido ma «valido», oltre che strumento di bene, di vita.
Don Francesco vede tutto in modo differente: «C'è un “altro”, Gesù, che sempre stravolge il modo di fare del mondo. Lui mi ha fatto sentire presente in questo mondo. Non più periferia, non più scarto, ma centro del mondo, bene prezioso. So che tanti, anzi troppi vivono ciò che io ho vissuto, il mio stesso “dramma”. Ci sono, purtroppo, luoghi nel mondo o nel cuore dell'uomo dove il disabile non è persona, non è uomo. E' un numero, un oggetto “posato” lì che non serve a niente e a nessuno, è un morto vivente, allora, in casi estremi senti anche parlare di eutanasia, come se si facesse un favore alla persona per non farla soffrire. Non posso, non possiamo e non dobbiamo lasciar passare questo messaggio contro l'uomo, contro la persona, contro la bellezza e la dignità umana, creata a immagine e secondo la somiglianza di Dio. E leggete un po' in che modo Gesù mi è venuto incontro nel mio cammino. La mia famiglia non frequentava la Chiesa, i Sacramenti. Io mi sono avvicinato alla parrocchia per il catechismo in preparazione alla Prima Comunione e da quel momento non ho più abbandonato la Chiesa. Il più delle volte, il percorso da casa mia alla chiesa lo facevo a piedi, quasi due chilometri, perchè forse i miei non avevano tempo per accompagnarmi. Vengo attratto dalla bellezza delle parole di Gesù nel Vangelo. In parrocchia incontro la realtà del Movimento Apostolico, che fin dal 1979 opera per il ricordo e l'annuncio del Vangelo al mondo che lo ha dimenticato o non lo conosce affatto. Le parole di Gesù, goccia dopo goccia, seme dopo seme, caddero nel mio cuore come olio profumato e balsamo di guarigione e la mia vita iniziò a cambiare, cambiando pensieri, parole, azioni. Il male dell'uomo è sempre accovacciato nei suoi pensieri. E' questa l'opera di seduzione del maligno, governare, possedere i pensieri dell'uomo. Io, infatti, mi ero rinchiuso nella fortezza dei miei pensieri, ero fermo al vangelo mio personale, quello del vittimismo, del piangermi addosso, del “non servo a nessuno”. Non è così! Gesù, pian piano, è entrato sempre di più nel mio cuore fino a invaderlo, fino a non lasciare più posto per la tristezza ma solo per la gioia, per un amore grande per la vita e anche i pensieri, a poco a poco, hanno preso un'altra forma, pensieri di gioia, di letizia, di lebertà, di amore, di perdono e misericordia».
E da quel momento don Francesco non chiede più la guarigione fisica, non sogna più la notte di alzarsi e camminare come tutti gli altri; chiede invece di amare la vita e sorridere, sorridere sempre e oggi sorridendo racconta a tutti: «La vita è straordinariamente bella. Non importa chi tu sei e come sei; importa cosa puoi diventare e cosa puoi fare. Ho dato la mia bocca a Gesù perchè possa continuare a parlare, consolare, confortare, correggere. Ho dato le mie mani a Gesù perchè possa continuare a tenderle verso l'uomo per afferrarlo e salvarlo».
Una testimonianza straordinaria che così si conclude: «Oggi sono un sacerdote felice e sereno, certo con successi e fallimenti, con virtù e purtroppo con vizi, ma pieno di vitalità ed energia, che lotta e si impegna per annunciare il Vangelo, parroco attualmente di una parrocchia di periferia, con solo quattrocento anime, pochissimi bambini e tanti anziani. Non ci facciamo mancare nulla, però. Abbiamo le attività di catechesi per bambini e adulti, le attività di oratorio, i musical, le visite agli anziani e ammalati, la Caritas parrocchiale. Allo stesso tempo, mi sento parroco del mondo. Infatti, mi piace utilizzare al meglio tutti i mezzi di comunicazione moderni. Ogni giorno ricevo diverse centinaia di richieste di preghiere o di consigli spirituali sui vari social. Vado in giro per le case di riposo e lì dove ci sono i disabili per portare l'abbraccio tenero e amorevole del Signore. Non posso fermarmi. Sono stato fermo per tanto tempo. Ora io devo andare lì dove c'è bisogno di fede, di speranza, di amore, di un sorriso. Ho dato i miei piedi a Gesù per andare, e lì dove non posso camminare, Lui mi mette le ali e io volo. Ho dato il mio cuore a Gesù e ora vedo ogni cosa e ogni fratello, dall'alto della croce. Oggi benedico la mia disabilità perchè la mia debolezza è diventata la forza più grande».


di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"