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mercoledì 15 luglio 2026

Tutto per i suoi poveri orfanelli


Un giorno San Girolamo Emiliani era in cammino verso Milano, con un gruppo di orfanelli. Provato dal viaggio e sfinito per le innumerevoli fatiche, si sentì male. Sulla strada trovò un cascinale diroccato e qui vi trovò rifugio assieme ai suoi orfani, si distese sulla paglia per trovare un po' di riposo.
Ad un certo punto sopraggiunse un ricco cavaliere che, vedendo il Santo, oramai conosciuto da tanti, in uno stato così pietoso, senza pensarci un attimo gli offrì ospitalità nella sua casa.
Disse: “Padre Girolamo, si degni essere ospitato nella mia casa. Purtroppo però posso accogliere solamente lei; non ho posto per i suoi ragazzi”.

Con un fil di voce, ma con dolce decisione, Girolamo rispose: “Dio vi ricompensi della vostra carità, ma non posso accettare la vostra premurosa ospitalità, non posso abbandonare questi miei amati figli. Io voglio vivere e morire con loro!

E così accadde: Girolamo infatti morì coi suoi ragazzi a Somasca, vicino a Bergamo, l’8 febbraio 1537, colpito dalla peste che contrasse nella loro amorevole cura.


Marco


Fonte: Gruppo Facebook "La Scala per il Paradiso"


lunedì 20 aprile 2026

E' più gradito al Signore l'atto di Carità che la lettura


Un'altra volta venne dal Santo (San Francesco d'Assisi) la madre di due frati a chiedere fiduciosamente l'elemosina. Provandone vivo dolore, il Padre si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattanio: “Possiamo dare qualcosa in elemosina a nostra madre?”. Perché chiamava madre sua e di tutti i frati la madre di qualsiasi religioso.
Gli rispose frate Pietro: “In casa non c'è niente da poterle dare. Abbiamo solo – aggiunse – un Nuovo Testamento, che ci serve per le letture a mattutino, essendo noi senza breviario”.
Gli rispose Francesco: “Da' alla nostra madre il Nuovo Testamento: lo venda secondo la sua necessità perché è proprio lui che ci insegna ad aiutare i poveri. Ritengo per certo che sarà più gradito al Signore l'atto di carità che la lettura”.

Così fu regalato il libro alla donna e fu alienato per questa santa carità il primo Testamento che ebbe l'Ordine.


(Vita seconda, 91)


lunedì 28 luglio 2025

“Sto prendendomi cura di Gesù”


Sono tante ed edificanti le storie che riguardano Madre Teresa di Calcutta, così belle che si vorrebbe veramente trascriverle tutte.

Un giorno Madre Teresa vide per strada un uomo in condizioni pietose, con il corpo pieno di vermi. Madre Teresa non esitò un attimo a prenderlo con sé e a portarlo nella sua casa. Lei stessa se ne prese cura, togliendo uno per uno quei vermi che deturpavano il corpo di quest'uomo e che sembravano moltiplicarsi e diventare sempre più numerosi.

Qualcuno obiettò: “Non hai paura di questi vermi, non ti fanno schifo?

Sto prendendomi cura di Gesù, rispondeva lei.


Fonte: https://saveriani.it/giornale


mercoledì 19 marzo 2025

San Giuseppe aiuta una famiglia ridotta alla fame


Il beato Bartolo Longo riferisce un bell'episodio di aiuto da parte di San Giuseppe ad una famiglia ridotta alla fame.

«Una povera vedova, madre di 5 figli, disse a loro un giorno: "Io non ho per oggi un tozzo di pane, né un pugno di farina, né un uovo. Andatevene con Dio e raccomandatevi a San Giuseppe che è tanto ricco".

Uno dei figlioletti, mentre va a scuola digiuno, passa nella chiesa e dice forte a San Giuseppe: "Tu che sei tanto ricco, non ci devi lasciar morire di fame. La mamma non ha un tozzo di pane, né un pugno di farina, né un uovo: aiutaci tu".

Dopo la scuola, il ragazzo torna a casa e con meraviglia dice alla madre: "Come mai questo bel pane? E la farina e le uova? Te le ha forse portate un angelo?... ".

No, no - dice la mamma -, ma la donna del sindaco ti ha sentito pregare in chiesa San Giuseppe ed ella è l'angelo che San Giuseppe ha mandato in nostro soccorso"».


Fonte: Gruppo Facebook "I Santi che ti aiutano"


sabato 14 settembre 2024

Amore in azione


« Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi — racconta Madre Teresa —. Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli uno ad uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: “Son vissuto come un animale per le strade, ma ora muoio come un angelo”... e morendo mi fece un bellissimo sorriso.
Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: amore in azione. Semplice ».

Madre Teresa di Calcutta


venerdì 3 maggio 2024

Il mantello di Santa Caterina


Una volta, Santa Caterina da Siena, da una finestrella vide un mendicante steso all'angolo della via. Mentre recitava le preghiere, l'immagine di quel poveretto esposto al freddo, non la lasciò un istante. Infine, non potendo più resistere, corse in cucina a prendere del pane per deporlo presso il dormiente.
Lo trovò invece sveglio e parecchio infreddolito. "Non avresti qualcosa per coprirmi?" chiese. Per tutta risposta Caterina si tolse il mantello nero della penitenza e glielo diede, rammaricandosi di non poter dargli anche le vesti, per via della gente.
Alla notte seguente Gesù le comparve in visione dicendole, compiaciuto: "Figlia Mia, oggi hai coperto la Mia nudità: Per questo Io, ora, ti rivesto del mantello d'oro della Carità".
D'allora in poi Caterina non soffrì mai più il freddo e anche nel più crudo inverno "poteva andare in giro vestita di leggero". Il calore della Grazia la riparava sempre.


lunedì 15 gennaio 2024

Lettera di fratel Biagio a Papa Francesco


Carissimo e amato Papa Francesco...

Sono molto preoccupato perché la santa chiesa sta attraversando un momento difficile e sta subendo una forte umiliazione a causa di pastori, religiosi e religiose, che, chiamati dal buon Dio ad evangelizzare e a soccorrere le pecorelle sbandate e smarrite, a cui purtroppo non stanno dando il buon esempio, sono tentati e traviati dai peccati e dai vizi di ieri e di oggi.

Ma l’amato buon Gesù, che è il buon pastore, ci chiama e ci invita ad essere anche noi il buon esempio e ad essere “il buon sale della terra”; ma se perdiamo il sapore facendoci vincere dalle tentazioni saremo gettati e calpestati e così non saremo più il buon esempio ma il cattivo esempio.

E’ urgentissimo tutelare e prendersi cura della santa chiesa, aiutandola e rafforzandola soprattutto in una più forte e sana formazione vocazionale dei seminaristi nei seminari, nei conventi. Affinché potranno nascere forti e nuovi pastori, religiosi al servizio della chiesa e del nostro prossimo, capaci di donarsi per il bene di questa sofferta umanità.

Dice il buon Dio siate “buoni come le colombe, ma attenti come i serpenti”, siate prudenti soprattutto per il forte rischio dei profanatori che tentano di trasformare la casa di Dio in bancarelle e scambio valute, adeguandosi alle mode e agli scorretti costumi di oggi.

Le donne entrano in chiesa tutte scollate e seminude e partecipano alle Sante Messe, ai Battesimi, alle Comunioni, alle Cresime e ai Matrimoni anche la sposa si presenta tutta alla moda, cioè tutta scollata, trasformando così la casa di Dio, in una passerella di moda. Dice il buon Dio aiutiamo, correggiamo e rimproveriamo chi è nell’errore e così sarà possibile la loro conversione per mezzo vostro, ma se non direte al peccatore - dice il buon Dio - che sta peccando, ti caricherai il peccato degli altri’’.

Come si dice nella terra di Sicilia, non facciamo gli omertosi, cioè vediamo e non parliamo e non interveniamo.

Cari pastori, religiosi e religiose fate attenzione, non spogliatevi della vostra preziosa veste di sacerdoti, togliendovi il crocifisso e il colletto bianco, vestendovi in borghese, esponendovi così ai tanti pericoli, ai rapaci e agli avvoltoi. Siate prudenti alle negative dipendenze, alle sigarette, all’alcool, etc. per essere di buon esempio e non di cattivo esempio.

Carissimi sacerdoti, religiose e religiosi, non utilizzate il termine adesso vado in “vacanza” nelle spiagge delle isole mettendovi in costume in mezzo a tanto nudismo di donne e di uomini senza un contenimento. Non spendete più soldi per vacanze o svaghi, ma donate e donatevi ai poveri e a chi è in difficoltà. Ai religiosi non si addice la parola “vacanza” nelle spiagge ma “ritiro spirituale”, recandovi nel silenzio delle montagne, della natura come spesso si recava l’amico e fratello Gesù.

Carissimi sacerdoti, religiosi e religiose siate ferventi nella fede, nella speranza e nella carità in obbedienza e rispetto al nostro Santo Padre Papa Francesco che il buon Gesù ci ha donato, e ai nostri Vescovi per costruire tutti insieme un mondo migliore di pace e di giustizia.

Carissimo e amato Papa Francesco, coraggio, il buon Dio ti custodisca e ti dia sempre forza e salute per tutelare la santa chiesa e tutti i cittadini di questa ammalata società.
Grazie Papa Francesco per il tuo prezioso operato verso i più deboli e più poveri.

Carissimo e amato Arcivescovo Corrado anche tu sei il nostro pastore donato alle pecorelle di questa città di Palermo. Carissimo Arcivescovo Corrado, coraggio, il buon Dio ti ha affidato una missione molto delicata, di custodire la casa di Dio, la Cattedrale e tutte le chiese e il seminario. Grazie per il tuo operato e sostegno verso i più bisognosi, continua a pregare per tutti noi, anche noi preghiamo per te.

𝑷𝒂𝒄𝒆 𝒆 𝑺𝒑𝒆𝒓𝒂𝒏𝒛𝒂
𝑭𝒓𝒂𝒕𝒆𝒍 𝑩𝒊𝒂𝒈𝒊𝒐
𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒐 𝒔𝒆𝒓𝒗𝒐 𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆




A un anno di distanza dalla "Nascita al Cielo" del carissimo fratel Biagio Conte, pubblico sulle pagine di questo blog questa lettera, molto sentita, scritta proprio da fratel Biagio all'indirizzo del Santo Padre Papa Francesco, ma anche dell'Arcivescovo di Palermo Corrado e di tutti i consacrati e le consacrate della Chiesa.
In questa lettera trapela chiaramente tutta la preoccupazione di fratel Biagio nei confronti della Chiesa e dei suoi rappresentanti consacrati, che corrono sempre il rischio di lasciarsi traviare dalle cose del mondo e dalle sue tentazioni, per uniformarsi ad una società ammalata di sempre maggior ateismo e tiepidezza.

E' passato un anno e indubbiamente manca una figura come quella di fratel Biagio Conte, così pura ed essenziale, così vera e genuina, che ci ricorda sempre quali sono i veri Valori a cui ogni Cristiano deve tendere.

Grazie di tutto caro fratel Biagio, e da Lassù non mancare mai di intercedere per tutti quanti noi, per il nostro Bene, per il Bene di tutto l'intero mondo. Grazie di tutto!

Marco

mercoledì 10 gennaio 2024

Il mio Dio si chiama Amore!


La vita di Madre Teresa di Calcutta è costellata da tanti edificanti episodi, uno più bello dell'altro. Uno certamente dei più significativi è questo:

Una sera, a Calcutta, venne portata nel grande dormitorio della Casa del Cuore Immacolato, una povera donna raccolta dal bordo fangoso della strada. La donna era lebbrosa e un suo piede era stato rosicchiato da alcuni topi di fogna. La donna gridava, imprecava, malediceva, sembrava una belva inferocita.
Madre Teresa si fece vicina e lasciò cadere su di sé ogni insulto, rispondendo sempre con il sorriso e con gesti di silenziosa premura e di delicato soccorso. La donna lebbrosa, colpita da una bontà che non aveva mai incontrato, alla fine domandò: "Ma perché fai così? Nessuno fa come te! Perché fai così?".
Madre Teresa, sotto voce, sussurrò all'orecchio della donna: "Me l'ha insegnato il mio Dio!".
La donna lebbrosa ebbe un sussulto di stupore e poi soggiunse: "Chi è il tuo Dio? Fammelo conoscere!".
Madre Teresa, a questo punto, aprì il cuore e confidò alla donna tutta la bellezza dell'annuncio Cristiano: "Il mio Dio si chiama Amore!".
"Fammelo conoscere!".
"Lo conosci già. È Lui che ti accarezza con le mie mani; è Lui che ti sorride con i miei occhi; è Lui che ti soccorre con le mie premure; è Lui che ti ama con il mio amore".

Dopo alcune ore, la donna morì serenamente: ormai conosceva il nome di Dio e certamente non provò una grande sorpresa quando, varcata la soglia dell'Eternità, vide con i propri occhi il mistero affascinante del Dio-Amore.


Fonte: Web


domenica 17 settembre 2023

Padre Pio nella vita di fratel Biagio Conte


Fratel Biagio Conte ci racconta qual'è il suo rapporto con Padre Pio e come lo ha conosciuto.

Fratel Biagio: “ Il momento in cui ho conosciuto Padre Pio, ve lo devo dire, non l'ho conosciuto direttamente, ma in cammino.
Quando me ne andai via di casa, che ho lasciato tutto, nel 1990 a 26 anni.... Palermo al mare davanti e dietro le montagne. Da quelle montagne ho vissuto un periodo di eremitaggio all'interno della Sicilia, quasi un anno isolato da questo mondo che mi aveva ferito, deluso, la società, egoistica e indifferente.
A piedi poi... il buon Dio mi accompagna fino ad Assisi da San Francesco. Perché prima inseguivo le cose del mondo... ero fan dei giocatori, cantanti, attori... ero nella moda. Ma da quel momento la mia vita ha un cambiamento... seguo invece... divento fan di Gesù, di Maria, di San Giuseppe, di tutti i Santi e le Sante di Dio.
Padre Pio lo incontro grazie a un frate cappuccino nella zona della Campania. Mentre mi avviavo per Assisi a piedi, incontro un frate che veniva dall'Africa, da una missione dell'Africa. Lui mi parla di Padre Pio e mi da un immaginetta di Padre Pio. Io ne avevo sentito parlare ma mai avevo avuto un diretto.... e lui mi disse: “Tieni questa preghiera di Padre Pio”. E da allora Padre Pio mi accompagna, mi ha accompagnato ad Assisi ed il ritorno. Poi qui, io non volevo più tornare a Palermo, in Italia.... volevo andare in Africa, in India. Ma il buon Dio mi ha detto: “L'Africa è qua, qui c'è tanto da fare. Volevi aiutare, ecco datti da fare!”.
Qui inizia la missione e Padre Pio mi accompagna da allora, anche con i francescani, i cappuccini. Inizia un primo incontro con i cappuccini qui a Palermo, alle catacombe, in quanto loro facevano già un servizio di carità, e andavo a portare i fratelli, che ancora non avevo la struttura, li portavo lì a fare la doccia. Mi davano la biancheria, il mangiare.
Allora ecco che nasce un incontro, un legame. Allora Padre Pio è presente, è qui con noi. E oggi tanti gruppi, come oggi in particolare, siete venuti a dare conforto, sostegno, a noi che operiamo in questa comunità. Con un impegno enorme, delicato, che il Signore ci ha inviato ad alleviare la sofferenza dei più deboli, degli ultimi, dei senzatetto ”.


Fonte: You Tube


lunedì 16 maggio 2022

Povero materialmente, ma ricco di Spirito

Racconta Madre Teresa di Calcutta:

«Un giorno, raccogliemmo un uomo dalle fogne, mezzo mangiato dai vermi, e quando lo portammo nella Casa dei moribondi a Kalighat, egli disse solamente: “Ho vissuto come un animale per la strada, ma sto per morire come un angelo, amato e curato” .
Quando finimmo di togliere i vermi dal suo corpo, tutto ciò che disse con un gran sorriso fu: “Sorella, sto tornando alla Casa di Dio”, e spirò.

Fu meraviglioso vedere la grandezza di un uomo che sapeva parlare in quel modo, senza biasimare nessuno, senza fare paragoni con nessuno. È la grandezza delle persone ricche di Spirito nonostante siano povere materialmente».

sabato 12 febbraio 2022

I segni inconfutabili della Provvidenza di Dio

Spesso certe particolari Grazie che Dio concede, o anche dei veri e propri Miracoli, possono lasciare dei dubbi nella gente, specie in chi non è troppo saldo nella propria Fede. Non bisogna pensare a Dio infatti, come se fosse un mago che, con la bacchetta magica, risolve ogni problema della vita. Tuttavia nella vita di tante persone, soprattutto di chi ha vera e genuina Fede in Lui, ci sono tali e tanti Segni della Provvidenza di Dio, da lasciare davvero meravigliati.
Questi, ad esempio, sono due episodi accaduti a Madre Teresa di Calcutta, che lei stessa racconta:

Stava per giungere una postulante” - racconta con semplicità Madre Teresa - “e non c’era un materassino per lei in tutto il convento. Una fodera l’avevamo, ma non c'era niente con cui riempirla. Stavo scucendo il mio cuscino per estrarne il cotone e usare quello, quando suona il campanello dell’entrata. Vado ad aprire. E’ un inglese con un cuscino sotto il braccio: "Sto per lasciare Calcutta" dice "e ho pensato che forse a voi poteva servire". Lo aiuto a tirar giù dalla macchina un materasso gonfio, pesante, che servirà a riempire almeno quattro dei nostri smilzi materassini!”.

Nel centro di assistenza, a Calcutta, un giorno sono stati ricevuti altri venti ragazzi. A pranzo il loro appetito robusto ha messo fine alla provvista di riso. Per il pasto serale non ce n’è proprio più. E’ l’ora di accendere il fuoco, ma che mettere nella pentola?” - racconta Madre Teresa. “Ma ecco che dall’entrata vengono avanti tre persone, una signora e due uomini curvi sotto il peso di due sacchi. Quella donna, sconosciuta, si rivolge alla prima suora che vede: "Ho pensato di portarvi un po’ di riso. Volete accettarlo?"”.

Ecco due semplici racconti, ma magnifici nella loro bellezza, che non possono non far pensare alle Parole di Gesù: Se avrete Fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà”. (Mt. 17,20). E la vita dei Santi è "costellata" di episodi di questo genere.
Il buon Dio provvede veramente a noi e, maggiore è la nostra fiducia in Lui, più belli e visibili sono i segni che Lui ci lascia. Anche se l'Amore di Dio abbraccia tutti, perché siamo tutti figli Suoi amatissimi! E questo non dobbiamo dimenticarcelo mai!


Marco

domenica 26 settembre 2021

Padre Renato Chiera, il padre dei meninos


Cosa fareste voi se un ragazzo, un minorenne, venisse a dirvi: «Sono nella lista di quelli da ammazzare. Aiutami».
Questo racconto nasce così, con un grido di aiuto di un ragazzino a un prete, e questo che pensa a cosa fare.
Troppo facile pensare che siccome la richiesta di aiuto viene fatta a un religioso, questa debba per forza essere raccolta ed esaudita.
Non parliamo di una disponibilità verso una persona ma di una vera e propria chiamata verso una missione nuova da parte del sacerdote.
Il prete è don Renato Chiera, l'angelo custode dei meninos di Rio de Janeiro.
I meninos sono dei bambini di strada che, prevalentemente orfani o abbandonati a se stessi, vivono nelle favelas dedicandosi all'accattonaggio e alla criminalità.
Sono bambini che non hanno futuro e che maturano, nell'arco della loro vita, un grande odio nei confronti della società che li ha, secondo loro, rifiutati.
Don Renato, un prete piemontese che più o meno da quarant'anni vive in Brasile dove ogni giorno della sua vita lavora per portare la grandezza della misericordia e della fratellanza tra i giovani della periferia di Rio e in molte altre periferie ancora, accoglie questo grido di aiuto e lo trasforma in una vera e propria chiamata della Provvidenza.
Già all'età di otto anni il suo interesse per ogni forma di emarginazione era molto forte e da grande – diceva – avrebbe seguito l'esempio di Don Bosco; insomma, la sua era una missione venuta da lontano sulle ali della fede che sempre ha accompagnato la sua vita.
Figlio di contadini piemontesi, decide di dedicarsi allo studio e trova nella facoltà di Filosofia il luogo dove meglio comprendere l'uomo in una dimensione metafisica.
Dopo la laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, padre Renato viene inviato come sacerdote diocesano nella periferia di Rio de Janeiro.
«Era una periferia» racconta «dove regnava solo violenza, non avevo mai visto dei morti per strada prima di allora».
Una violenza efferata, gratuita, quella che incontra il sacerdote per le strade di Rio. «Per due volte in pochi giorni mentre andavo in chiesa per dire Messa vidi la morte buttata all'angolo dei marciapiedi, e allora capì che l'inferno era quello».
L'inferno a portata di mano e la Provvidenza che aveva scelto per lui.


Che fare in mezzo a una simile desolazione?
Quale atteggiamento adottare per fare capire che una vita diversa è possibile? Quella violenza è diventata un fatto culturale profondo molto difficile da smantellare anche perché la figura di don Renato non era riconosciuta da molti.
Già il riconoscimento di un ruolo poteva in qualche modo aiutare e sostenere un lungo lavoro di ricostruzione di quelle anime che si erano perdute; per essere riconosciuti bisognava però fare una cosa, mettersi in gioco in prima persona.
Così padre Renato racconta: «Misi un altoparlante sulla mia macchina e andai in giro dicendo che ero un prete cattolico ed ero pronto a prendermi cura di loro, dei meninos».
Un atto di meravigliosa follia, cercando di caricarsi sulle spalle ogni problema di quei ragazzini.
Il primo a chiedere il suo aiuto fu un menino che rubava e si drogava perché era solo.
Che futuro poteva avere quel ragazzo abbandonato dalla famiglia e senza alcun progetto per il suo futuro? Lo volevano ammazzare e don Renato lo prese con sé.
Da quando lo aveva accolto era cambiato, ed era diventato, per lui, come un figlio.
Era l'esempio, quel menino, di come si potevano salvare delle vite di bambini dalle bruttezze della vita.
Poi una sera padre Renato tornò a casa e lo trovò morto. Gli squadroni della morte gli avevano sparato e quello fu solo l'inizio.
Sembrava che tutto potesse funzionare, invece la criminalità non si ferma mai; come una macchina del male genera morte e dolore.
Gli squadroni della morte non perdonano mai.
In un mese uccisero trentasei ragazzi della parrocchia, padre Renato venne minacciato di morte, il suo vescovo fu sequestrato. Si ritrovò solo in una parrocchia di centocinquantamila abitanti.
Un giorno poi arrivò quel grido d'aiuto che gli indicò la strada da percorrere: «Sono nella lista di coloro che vogliono uccidere. Aiutami». Fu allora che padre Renato sentì forte il grido di Cristo che chiedeva di non abbandonare i suoi bambini. Ebbe qualche timore, poi ripensò alle parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», e così iniziò la sua avventura per salvare la vita ai bambini di Rio. Don Renato in poco tempo si ritrova a dare rifugio e nutrimento a tanti ragazzi minorenni disagiati e persi, che oramai hanno trovato in lui e nelle sue preghiere un grande e sicuro rifugio. All'inizio ospita i ragazzi nel suo furgoncino, poi nel garage, ma il numero aumenta a vista d'occhio, così anche grazie all'aiuto di alcuni benefattori riesce a costruire una vera casa, La Casa do Menor. Un'opera che ha circa quarant'anni di storia e che può contare su un'equipe di centocinquanta operatori.
«Per noi nessuno è irrecuperabile» dice padre Renato, «Tutti sono figli di Dio, tutti devono poter essere amati e ascoltati, incoraggiati e motivati. Tutti loro hanno il diritto e il dovere di sognare».
Recuperare una dimensione di dignità umana facendo comprendere come un futuro decoroso, ordinato e pulito sia possibile.
Quella dignità che non hanno mai potuto conoscere perché nati per strada, senza una dimora, senza nessuno che li amasse e si prendesse cura di loro; in fondo ognuno di noi, l'unica realtà che conosce, almeno da bambino, è quella dove cresce e dove vive in un processo di emulazione che poi è in grado di generare, in un sistema perverso, la cultura del male.
Quel primo ragazzino ucciso dalle squadre della morte in realtà sta vivendo in ogni menino salvato e portato sulla giusta via. Con il suo operato, assieme a quello dei volontari, si è riusciti a dare lavoro a quasi cinquantamila adolescenti e giovani. Padre Renato Chiera è riuscito a sopperire alla carenza di assistenza medico-ospedaliera e a fornire appoggio alle famiglie povere. Oggi ad aiutarlo ci sono tanti ex ragazzi di strada che trovano un senso alla loro esistenza aiutando i loro amici a uscire dal buio di una vita senza speranza.
Don Renato è anche uno dei pochi ad addormentarsi nel mondo invisibile di Cracolandia, la terra di nessuno, dove i tossici giacciono a terra con gli occhi nel vuoto.
Un'altra piaga del Brasile, di Rio de Janeiro, dove chiunque può fare uso di crack e disintegrarsi il cervello.
Anche lì arriva la missione di Don Renato. «Sono entrato in questa realtà tirato per i capelli da Dio. Non potevo essere altrove». Così racconta facendo comprendere come per lui seguire la voce di Gesù sia ascoltare il grido degli ultimi, dei dimenticati.
Soltanto stando accanto a chi vive disperato padre Renato riesce a incontrare lo sguardo di Gesù crocefisso.


di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"



La storia di Padre Renato Chiera e la sua meravigliosa Vocazione a favore dei bambini poveri e bisognosi del Brasile, è una delle cose più belle che abbia mai conosciuto in vita mia, e nel mio piccolo sono fiero di poterla raccontare sulle pagine di questo blog. Non voglio dire niente altro in aggiunta al bellissimo ed esauriente racconto di Giovanni Terzi che ho riportato sopra, tranne che rimandare tutti coloro che ne volessero sapere di più al sito internet della Casa do Menor, dove si può approfondire la missione di questa meravigliosa e articolata opera di Carità e, per chi lo volesse, contribuire col proprio "obolo", la propria opera e la propria preghiera, alla sua crescita e prosperità. Il tutto per il bene di migliaia, anzi di milioni di bambini sudamericani che chiedono soltanto di poter avere un futuro lontano dal male, ed essere così avviati ad una vita onesta, buona e laboriosa, secondo i più alti Valori Morali e Cristiani.

Marco

mercoledì 4 agosto 2021

Le suore che salvano gemelli e disabili dalla morte


Nell’ex colonia portoghese con capitale Bissau c’è la diffusa consuetudine, dettata dalla superstizione, di abbandonare il primo nato di due gemelli e anche i bimbi disabili, spesso lasciati morire nella foresta. È in tale contesto che agiscono le Suore Benedettine della Divina Provvidenza e le Missionarie dell’Immacolata, la cui opera è fondamentale per custodire queste vite indifese.

Se venire al mondo in Guinea-Bissau non è facile, lo è anche di meno per i nati da parto gemellare. Nell’ex colonia portoghese, infatti, continua a essere presente la consuetudine di abbandonare il primo nato di due gemelli, spesso lasciandolo morire nelle aree paludose della foresta o sulle rive del fiume.

Non a caso, da una ricerca realizzata dall’Odense University Hospital sull’andamento demografico nella capitale del Paese africano nel periodo tra il 2009 e il 2011, è emerso come i gemelli avessero una mortalità perinatale molto elevata, tre volte superiore a quella dei singoli. Una situazione legata alla sopravvivenza di credenze ancestrali che identificano questa categoria come portatrice di pericoli e sventure. Alla luce di queste rappresentazioni culturali dure a scomparire, queste esistenze vengono lette come un’incognita nel rapporto tra l’umano e il divino, da "risolvere" con l’alienazione o l’eliminazione fisica.

L’usanza continua a essere praticata nelle società Balanta e Mansoanca, dove questi bambini vengono spesso considerati posseduti da spiriti maligni, gli “iran”. La stessa sorte è riservata ai nati con disabilità, anch’essi ritenuti posseduti e per questo abbandonati nella foresta, dove vanno incontro a morti orribili; o sbranati dagli animali o uccisi nel corso di cerimonie rituali. In questi casi, le madri, per l’ostracismo della comunità in cui vivono, sono condotte a consegnare i propri figli nelle mani degli stregoni del villaggio.

Ci sono storie, però, di donne più forti delle superstizioni che, con coraggio, sono riuscite a salvare i loro pargoli da questa fine atroce: è il caso di Nita che riuscì, attraversando un fiume in canoa da sola, a portare in salvo la sua bambina nata senza una gamba e con una mano malformata, affidandola alle cure di una suora in missione. Oggi la piccola, arrivata in Sicilia con l’aiuto dell’associazione “Amici della Missione” di Acireale, ha 11 anni e grazie alle cure del Centro ortopedico Ro.Ga. di Enna ha imparato a camminare e persino a ballare.

Vicende come quest’ultima aiutano a comprendere l’importanza dell’azione missionaria della Chiesa, impegnata a difendere, per citare le parole che San Giovanni Paolo II ebbe a pronunciare nel 1990 proprio a Bissau, “l’inviolabile dignità della persona umana, in modo che tutti siano portati a riscoprirla alla luce del Vangelo”. È quello che fanno le Suore Benedettine della Divina Provvidenza che, nella città di Catió, si occupano di accudire nel Centro nutrizionale della missione i piccoli abbandonati, perché gemelli o disabili, o aiutano nell’allattamento e nell’istruzione quelle madri che hanno scelto, invece, di tenerli e crescerli nonostante i pregiudizi. Quest’attività viene affiancata da corsi di formazione rivolti alle donne dei villaggi vicini, con lezioni anche sulla disabilità e sulla gemellarità per sfatare le credenze popolari che sono all’origine della pratica degli infanticidi.

Un’altra realtà importante che agisce a difesa della vita in un Paese dove ignoranza diffusa, estrema povertà e instabilità politica rendono non poco complicata quest’opera, è rappresentata da Casa Bambaran a Bissau. Si tratta di una struttura gestita dalle Missionarie dell’Immacolata dove trovano accoglienza quei bambini strappati a una morte sicura perché disabili o gemelli nati per primi. Il centro, situato nella periferia della capitale, prende il nome dal tessuto che le donne africane utilizzano tradizionalmente per avvolgere i neonati. Qui i bambini abbandonati nelle strade e nelle foreste hanno la possibilità di iniziare un percorso scolastico e vengono aiutati, grazie a una sviluppata rete di contatti con le parrocchie, a trovare famiglie disposte a prenderli in affido.

La presenza della Chiesa cattolica costituisce in molti casi, come abbiamo visto per la storia di Nita e della sua piccola nata con una malformazione, l’unica opportunità di sopravvivenza per questi piccoli non accettati dalle comunità d’appartenenza per la loro "diversità".

Un argine contro quella cultura dello scarto che in questo caso specifico continua a fare vittime a causa della persistenza di credenze ancestrali, ma che negli ultimi decenni si vorrebbe ulteriormente rivitalizzare in Africa attraverso quella che Francesco chiama “colonizzazione ideologica” e che passa mediante la promozione di pratiche contro la vita come, ad esempio, l’aborto selettivo.


di Nico Spuntoni

4 agosto 2019

FONTE: La nuova Bussola Quotidiana


E' tristissimo vedere come nel 21° Secolo, debbano esistere in certe parti del mondo culture e credenze così macabre che portano alla morte un gran numero di piccole creature innocenti. Ma, grazie al Cielo, esistono anche i missionari, queste anime "belle" che si occupano di salvare questi bambini da questi assurdi infanticidi, causa di una mentalità retrograda e nefasta.
Non si potrà mai ringraziare abbastanza l'opera dei missionari nel mondo, uomini e donne che dedicano tutta la loro vita a favore dei più poveri, degli indifesi, degli anziani, dei malati, dei bambini.... per Amore loro e a Gloria di Dio. Da parte mia, posso solamente dire, con tanta gratitudine e riconoscenza, il mio più sentito "Grazie".

Marco

mercoledì 7 aprile 2021

Alain, l'educatore nel pallone che salva i bimbi di Yaoundé

Arrivato in Italia col sogno del calcio e abbandonato dal procuratore senza scrupoli si ritrovò abbandonato e senza soldi. L'incontro con un prete e una comunità lo ha fatto rinascere

Alain sognava quello che sognano tanti bambini africani vedendo giocare i campioni di pelle nera applauditi dai tifosi negli stadi italiani: diventare uno di loro. Le premesse sembravano esserci: giocando nella scuola di calcio Des Brasseries du Camerun nel capoluogo della provincia dell’Ovest, era stato notato da un procuratore che gli aveva fatto balenare un futuro stellare.

Per questo quando aveva solo 15 anni era venuto in Italia con un visto turistico. Qualche provino, poi un giorno un colloquio del procuratore con il manager di una squadra. La prima domanda non è "come si chiama", non è "da dove viene", ma "quanto costa il ragazzo?".

Comincia a giocare nel Brera Calcio, una squadra milanese che milita nella categoria Promozione. Ma mentre il sogno sembra prendere forma, un brutto infortunio lo costringe in ospedale per otto mesi. Lui non demorde, troppo forte è la passione per il calcio, troppo forte il desiderio di sfondare e diventare un campione. Torna a giocare, ma quando il procuratore che aveva alimentato i suoi sogni lo abbandona, Alain si ritrova solo, senza neppure il biglietto aereo per tornare in Camerun da sua madre e dai suoi dodici fratelli.

Un giorno mentre vaga sconsolato per Milano entra nell’oratorio di Lambrate, un quartiere alla periferia della città, per tirare due calci al pallone con altri ragazzi. Conosce il prete che segue i giovani, don Claudio Burgio, gli confida i suoi sogni e la sua amarezza, il sacerdote cerca ospitalità per lui in alcune famiglie della parrocchia che a turno lo accolgono nelle loro case.

«Sono state la mia ancora di salvezza, la mia seconda famiglia – racconta Alain – . Grazie a loro ho ricominciato gli studi e ho trovato una strada per me».

È dall’esperienza di ospitalità condivisa tra quel gruppo di famiglie che nel 2000 è nata Kayròs, una comunità di accoglienza per minori in difficoltà diretta da don Burgio. Lui è stato il primo ospite, oggi sono una cinquantina i giovani che vivono insieme a Vimodrone, alle porte di Milano.

Ora Alain Ngaleu ha 37 anni, è sposato e ha tre figli, è diventato cittadino italiano, lavora come educatore nella comunità che lo aveva accolto, ma la passione per il calcio non ha smesso di scorrere nelle vene.
Da quella passione alcuni anni fa è nata la decisione di prendere il patentino da allenatore e di metterlo a frutto nel suo Paese. Con l’aiuto di alcuni amici ha raccolto magliette, palloni e scarpette, ha caricato tutto in un container, è tornato in Camerun e nella capitale Yaoundé ha aperto Kayròs Camerun, un luogo dove da dieci anni centinaia di giovani imparano a giocare a pallone, vengono aiutati negli studi e accompagnati a trovare lavoro.

Qualcuno ha pure fatto carriera: uno ha partecipato ai campionati mondiali in Brasile under 17 nel 2019, uno gioca nel campionato professionistico camerunense ed è stato selezionato per la nazionale.

Alain non nasconde la soddisfazione per questi risultati, ma ha fatto tesoro della sua storia. «L’esperienza fatta con don Burgio e gli amici della comunità Kayròs è stata decisiva – racconta –. Ho imparato che le passioni vanno assecondate ma senza che ti facciano andare fuori di testa diventando un assoluto. Non bisogna mai smettere di sognare evitando però che il sogno porti fuori dalla realtà, come è accaduto a tanti ragazzi inseguendo il mito di diventare come Eto’o, il mio connazionale più famoso, e di fare soldi a palate. Ci sono ragazzini che si mettono in mano a gente senza scrupoli che sfrutta le loro attese illudendoli di ottenere un facile successo e poi li molla, lasciandoli magari a chiedere l’elemosina sulle strade per poter campare. I giovani hanno bisogno di qualcuno che scommetta su di loro e sappia proporre una strada positiva da seguire, seguendola lui per primo. Come è capitato a me incontrando don Claudio, che mi ha preso per mano e mi ha aiutato a capire che la vita è più grande di un pallone».


di Giorgio Paolucci

29 dicembre 2020

FONTE: Avvenire

sabato 13 febbraio 2021

Riccardo e Barbara, coppia di sposi missionari che vive insieme ai più fragili

Riccardo Rossi e Barbara Occhipinti hanno scelto di impegnarsi per le oltre 1.100 persone accolte nella Missione Speranza e Carità fondata da Biagio Conte a Palermo, con un'attenzione particolare alla cura della comunicazione sociale. Con il progetto "Ponti di bene" aiutano i poveri a trovare occupazione

PALERMO - Sono impegnati e sensibili verso i bisogni delle oltre 1.100 persone accolte nella Missione Speranza e Carità fondata da Biagio Conte a Palermo e con un'attenzione particolare alla cura della comunicazione sociale. Sono Riccardo Rossi e Barbara Occhipinti, la prima coppia di sposi che ha scelto di vivere in spirito missionario lasciando alle spalle la vita precedente. Da poco sono tornati da un viaggio nel nord Italia per portare avanti il progetto "Ponti di bene", pensato per favorire lo scambio e il trasferimento delle persone con fragilità da Sud a Nord in altri luoghi di accoglienza per poter trovare anche una occupazione lavorativa.
"Siamo appena tornati dal viaggio 'Ponti di bene' che ci ha permesso di conoscere parecchie realtà dove i nostri fratelli in povertà potrebbero trovare per un determinato periodo accoglienza e lavoro - spiega Riccardo -. L'obiettivo è quello di favorire scambi di bene e nello stesso tempo di creare una rete di servizi nazionale tra le realtà missionarie. Grazie ai primi contatti è già partito dalla missione il nostro primo fratello per un centro della Toscana".
"Io e Barbara siamo la prima coppia, la prima famiglia missionaria che ha deciso di fare questo cammino terziario che è previsto dallo statuto della Missione - dice ancora Riccardo -. In Missione siamo continuamente a servizio per tutti. In particolare, organizziamo e stampiamo il periodico La Speranza, seguiamo anche una piccola squadra di calcio di giovani immigrati e poi siamo impegnati a promuovere tutte le iniziative sociali e di solidarietà che ci sono".

"Come coppia, per noi è importante lavorare insieme - aggiunge Barbara -. Siamo continuamente immersi nelle fragilità di ogni tipo dove muoversi non è facile perché ci sono persone che hanno vissuto drammi e sofferenze diverse. La prima cosa da fare è cercare di trasmettere quella fiducia e quella motivazione necessaria che porta la persona, in forte stato di fragilità, a rinascere a poco a poco. La fatica è tanta ma la possibilità di ridare loro la dignità che meritano ci dà tanta gioia, energia e coraggio di andare avanti. Con 'Ponti di bene', in particolare dopo un viaggio di 15 giorni, ci stiamo impegnando molto per riuscire a creare una rete che favorisca la mobilità dei poveri e lo scambio di esperienze di servizio e di lavoro da Sud a Nord".
Riccardo Rossi è di Napoli ha 50 anni e per 10 anni ha lavorato come giornalista per diverse realtà ambientaliste e politiche. Un mondo da cui a poco a poco si è allontanato. "Dopo una conversione ai Valori Cristiani non mi sono più riconosciuto in quello che facevo - racconta -. Sono entrato, infatti, in una crisi depressiva allontanandomi da un mondo che mi appariva troppo superficiale e non ancorato alla verità". "Purtroppo ho avuto problemi familiari molto seri legati soprattutto alla grande sofferenza di avere un fratello tossicodipendente. Dopo quindi un periodo di ricerca interiore, grazie ad alcune persone che mi hanno preso per mano, ho deciso di vivere da missionario nella casa famiglia 'Oasi la divina provvidenza' per disabili mentali e fisici di Pedara (Ct) dove sono stato 15 anni, di cui gli ultimi due anni con Barbara. Per lungo tempo sono stato le braccia e le gambe di tante persone sofferenti alcune delle quali con malattie terminali che ho accompagnato anche alla morte".

"Dopo 5 anni che vivevo nella comunità di Pedara ho conosciuto a Palermo Biagio Conte con cui è nata subito una grande sintonia di fede, di pensiero e di azione - racconta ancora -. Essendo un giornalista mi ha proposto di coordinare all'inizio a distanza il periodico della Missione 'La speranza'. In Missione ho conosciuto Barbara con cui è nata a poco a poco un'intesa di progetto di vita molto forte che oggi ci impegna insieme - tanto che le ho chiesto di sposarmi e di vivere insieme nella comunità di Pedara (Ct) con oltre 100 persone". "Poi, un anno fa, quando Biagio ha protestato digiunando e dormendo sotto i portici della Posta centrale di Palermo, ho deciso di stargli a fianco dormendo anch'io in strada per 10 giorni con lui. Dopo questa esperienza straordinaria confrontandomi con Barbara è nato il desidero di fare insieme il grande salto di andare a vivere in Missione. Oggi siamo riusciti ad avere una stanza presso la Casa del Vangelo a Chiavelli fondata padre Palcido Rivilli molto vicino al beato Pino Puglisi".

Barbara Occhipinti, 48 anni, originaria di Ragusa, ha vissuto, invece, per molti anni da sola a Palermo dove ha studiato architettura e lavorato come arredatrice. "Nella mia vita ho sempre sentito il bisogno forte di mettermi a servizio di chi era più fragile - racconta -. Dopo la morte prematura del mio caro amico Toti che è andato via senza avere vicino i suoi amici più cari, ho riflettuto molto sul senso pieno e più profondo che dovevamo dare alla nostra vita che non poteva essere soddisfatta soltanto dal lavoro e dai piaceri personali". Anche a lei la conoscenza del missionario Biagio Conte ha cambiato completamente la vita. "Dopo avere conosciuto Biagio, a poco a poco è cresciuto sempre di più il desiderio di spendermi come volontaria per i tanti bisogni della Missione. Per lungo tempo ho partecipato all'unità di strada notturna per l'assistenza di chi vive in strada, toccando con mano la fragilità e povertà più disperata".

"La conoscenza poi di Riccardo mi ha fatto capire che proprio la Missione sarebbe stata l'anello di congiunzione della nostra vita insieme. Così con fede e con coraggio, dopo avere perso il lavoro, non ne ho cercato un altro ma mi sono lanciata nella scelta di camminare insieme a Riccardo dedicandomi alla casa dei più fragili dove già viveva. In questo nostra scelta di vivere insieme a Pedara Biagio ci ha benedetto e sempre sostenuto. Ci siamo sposati il 12 febbraio di tre anni fa per il compleanno proprio del mio amico Toti. Quasi un anno fa, poi, dopo l'ultima protesta in strada di fratello Biagio, che abbiamo sostenuto in vario modo con tutte le nostre forze umane e spirituali, abbiamo deciso di trasferirci a Palermo per vivere a servizio dei poveri della Missione". (set)


20 febbraio 2019

FONTE: La difesa del popolo

venerdì 22 gennaio 2021

Gregoire Ahongbonon, l'uomo che ridona libertà e dignità ai malati mentali


Oggi voglio parlare di una persona davvero speciale, uno di quegli uomini che rendono veramente migliore il mondo in cui viviamo: Gregoire Ahongbonon.
Ho conosciuto brevemente la sua storia da una delle trasmissioni televisive che preferisco, “Sulla Via di Damasco”, e allora ho deciso di fare delle ricerche e scrivere un post su di lui, su quest' Uomo che tanto, tanto Bene ha fatto e fa tuttora nella sua amata Africa.

Gregoire Ahongbonon è nato nel 1953 a Ketoukpe, un piccolo villaggio del Benin al confine con la Nigeria, poi nel 1971 si è trasferito a Bouakè, in Costa d'Avorio, dove inizia un attività come riparatore di pneumatici e successivamente apre un agenzia di tassì. Gregoire non ha avuto la possibilità di studiare, «non conoscevo niente» ha ripetuto più volte, tuttavia, a soli 23 anni, grazie al suo lavoro aveva già la sua auto personale e ben quattro tassì: era diventato ricco in Costa d'Avorio! In Benin aveva avuto un rapporto molto forte con Dio «non potevo fare nulla senza Dio, era il mio unico riferimento, ed ero molto legato alla Chiesa. Sono arrivato in Costa d’Avorio e di fronte alla ricchezza e al successo, ho abbandonato Dio e la Chiesa». Gli affari di Gregoire, però, iniziano ad andare male, deve affrontare grossi problemi economici e la sua attività va sempre peggio fino a finire sul lastrico. A causa di questo fallimento vive un periodo di profonda depressione e smarrimento, tanto da arrivare a tentare persino il suicidio. «Ho iniziato una vita miserabile: quando avevo i soldi avevo molti amici, quando ho perso tutto, tutti mi hanno abbandonato. Sono rimasto solo con mia moglie e i due figli che avevo all’epoca. È stato il momento peggiore che abbia mai vissuto». Questa grande sofferenza fa maturare in Gregoire il desiderio di riavvicinarsi a Dio e alla Chiesa, e in questa situazione incontra Joseph Pasquier, un prete missionario che lo accoglie con grande affetto come il figliol prodigo. Questo sacerdote organizza un pellegrinaggio a Gerusalemme e, naturalmente, invita anche Gregoire a parteciparvi, pagandogli il biglietto del viaggio.
«Chi avrebbe mai creduto di ritrovarmi lungo i passi del Vangelo, a Gerusalemme! Al termine di questo pellegrinaggio posso dire che Dio mi ha donato tanto, così tanto che non sapevo come ringraziarLo. In una delle Messe del pellegrinaggio, durante l’omelia, il prete dichiara che ogni cristiano deve partecipare alla costruzione della Chiesa ponendo una pietra». Questa frase lo tocca nel profondo: «Ho compreso che la Chiesa non è soltanto dei preti e dei religiosi. E ho capito che tutti i battezzati devono partecipare alla costruzione della Chiesa e iniziai a chiedermi quale fosse la pietra che io dovevo porre».

Il ritorno in Africa e la svolta

Dopo questo pellegrinaggio, ritornando in Africa, Gregoire si pone sempre più insistentemente la domanda di quale sia “questa pietra da porre” nella sua vita e all'interno della Chiesa. Assieme a sua moglie Leontine, ha l'idea di formare un gruppo di preghiera che si rechi in ospedale a visitare gli ammalati per pregare con loro. Fonda allora l'“Association Saint Camille de Lellis”, in onore al Santo protettore degli ammalati. Durante queste visite Gregoire scopre con grande amarezza che molti ammalati giacciono in grandi stanzoni dell'ospedale completamente abbandonati, e questo perchè in Africa non esiste alcuna previdenza sociale e se si è ammalati e non si dispone di soldi, non si ha diritto alle cure mediche. «Di fronte a questi ammalati abbiamo pensato che prima di iniziare a pregare con loro, occorreva manifestare loro la nostra amicizia e il nostro amore. Innanzitutto occorreva lavarli e provvedere per le medicine; a poco a poco questi malati riacquisiscono la loro salute e quelli che erano in procinto di morire almeno potevano morire con dignità, come uomini». Attraverso questa esperienza molto forte Gregoire inizia a comprendere perchè Gesù si è identificato nei poveri e nei malati, ed è stato proprio a partire da questo incontro che lui e il suo gruppo comprendono che dovevano trovare Gesù proprio in queste persone.

Al servizio dei malati mentali

Nel 1980 inizia per Gregoire una nuova storia: quella con i malati mentali. Qui è necessario dire che i malati mentali in Africa sono considerati meno di niente, i “dimenticati dei dimenticati” e questo a causa di assurde convinzioni che taccia queste persone come “possedute” da spiriti immondi e quindi additati come un'onta per la società e una vergogna per le proprie famiglie. Giacciono in uno stato di completo abbandono, spesso nell'immondizia, abbandonati da tutti come qualcosa di “immondo”. La gente passa loro accanto ma non li vede. «Anche io, come tutti, passavo accanto a loro senza vederli – racconta Gregoire -. Tutti hanno paura di loro, e anche io avevo paura di questi malati. Un giorno però, nel 1980, ho visto un ragazzo che rovistava nell’immondizia per cercare cibo, tutto nudo. Quel giorno, diversamente dalle altre volte in cui passavo avanti senza vederlo, improvvisamente mi sono fermato e ho iniziato a guardarlo e mentre lo guardavo mi sono detto: “Questo è Gesù che cerco nelle chiese, è Gesù che cerco nei gruppi di preghiera, è Cristo che incontro nei Sacramenti, è Gesù in persona che soffre attraverso questi ammalati! Sul momento ebbi paura ma una voce, dentro di me, mi rispose: “Se queste persone rappresentano per te il Cristo, perché aver paura di loro?”».

A partire da questo incontro Gregoire inizia a far visita la notte a questi ammalati per vedere dove dormono, e iniziando ad incontrarli e a conoscerli comprende che sono degli uomini, delle donne e dei bambini che desiderano soltanto essere amati. «Ne ho parlato con mia moglie, abbiamo comprato un frigorifero portatile dove mettevamo cibo e acqua fresca e passavamo di notte per le strade a scovare questi nostri amici. Subito si è creato un legame di amicizia. Ma un giorno mi sono chiesto a cosa servisse portare da mangiare per strada mentre io poi tornavo a casa, potevo lavarmi e dormire comodamente, a differenza di quell’ammalato, che rappresenta Gesù, che invece continua a vivere nell’indigenza». E' così che Gregoire decide di incontrare il direttore generale dell'ospedale dove aveva incominciato a visitare gli ammalati ed ottiene il permesso di utilizzare lo spazio della cappella per accogliere i primi ammalati ai quali elargisce cure mediche grazie alle quali molti di loro riniziano ad acquisire la salute.
Nel 1983 il direttore dell'ospedale riceve l'importante visita del Ministro della Salute, e tra le varie cose gli mostra anche l'esperienza di Gregoire all'interno della cappella ospedaliera. Il Ministro ne rimane entusiasta e augura a Gregoire che la sua opera si diffonda al più presto in tutti gli ospedali del Paese. Gregoire approfitta dell'incontro per chiedergli «se poteva donare il terreno adiacente all’ospedale per costruire un luogo che potesse accogliere gli ammalati» e poi, grazie alla Provvidenza, è sorto il primo centro. Dapprima il nuovo centro ha iniziato ad accogliere tutti gli ammalati psichici della città, poi però, a poco a poco, cominciano a chiedere aiuto anche le famiglie degli ammalati che vivevano nei villaggi.
I malati in catene

Nel 1984, alla vigilia della Domenica delle Palme, una donna chiede aiuto all'associazione di Gregoire per il fratello ammalato: «Siamo andati con questa signora nel villaggio e, una volta arrivati, quest’ultima chiama il padre che vuole mandarci via dicendo che il figlio è già in uno stato di putrefazione e che non sarebbe servito a nulla portarlo nel nostro centro. Io ho detto che desideravo comunque vederlo; tuttavia, il padre continuava a minacciarmi di chiamare la polizia e il capo villaggio, grazie alla cui mediazione si prende la decisione di aprire la porta del luogo in cui il malato si trovava». E qui che per la prima volta Gregoire scopre qualcosa di raccapricciante: c'è un giovane incatenato a un tronco come Gesù sulla croce, con i due piedi legati al legno e le due braccia anch'esse legate con il fil di ferro e con tutto il corpo in un tale stato di putrefazione da provare un senso di disgusto. «È stato difficilissimo togliere le catene, ma quando alla fine siamo riusciti a slegarlo e a lavarlo, una volta giunti al centro, il ragazzo risponde: “non so come dire, grazie a voi e a dire grazie a Dio, non so cosa ho fatto per meritare questa sorte da parte dei miei genitori”; e mi rivolge la domanda: “posso ancora vivere”? Era talmente putrefatto da morire subito dopo. “Per me è comunque morto in modo dignitoso come un uomo». Questo fatto indigna a tal punto Gregoire da spingerlo ad andare a ricercare i malati mentali nei villaggi, dove inizia a scoprire diversi metodi di incatenamento: al collo, talvolta con le due braccia legate, altre volte con le gambe incatenate. «Cose che non potevamo immaginare alla nostra epoca».

Gregoire non attribuisce la colpa di queste cose alle famiglie degli ammalati. «Le famiglie non sanno cosa fare, talvolta è con grande sofferenza che legano i loro figli, i loro parenti, perché i malati mentali rappresentano l’ultimo pensiero delle nostre istituzioni. La Costa d’Avorio, la cui superficie supera quella italiana, ha solo due ospedali psichiatrici in tutto il Paese; in Benin c’è un solo ospedale psichiatrico. In entrambi gli Stati, come per la stragrande maggioranza dei paesi africani, privi di welfare, se non si ha la possibilità economica non si può accedere alle cure». «Non è colpa delle famiglie: quello che è peggio di tutto sono le sette religiose che promettono miracoli alle famiglie. Siccome questi malati vengono considerati come posseduti dal demonio, le sette rassicurano i genitori affermando di avere il potere di scacciare il demonio e creano dei centri dove le famiglie portano i loro ammalati e pagano anche! Li incatenano agli alberi sostenendo che occorre far soffrire il corpo affinché il demonio possa fuoriuscire dal corpo, li privano di acqua e di cibo e li bastonano per scacciare il diavolo». «Abbiamo chiesto di parlare con i responsabili di questi centri, ma non abbiamo ottenuto nulla, siamo andati fino al tribunale per denunciare, abbiamo mandato la polizia che ha asserito che si tratta di folli e che non c’è nulla da fare».
Dal momento che le rimostranze di Gregoire e della sua associazione non sortiscono alcun effetto, si è arrivati alla conclusione che l'unica soluzione possibile per combattere questa orribile piaga sia quella di costruire altri centri. Grazie alla Provvidenza e alla buona volontà di tanti uomini, l'associazione Saint Camille de Lellis conta oggi (2020) in Costa d'Avorio quattro centri d'accoglienza e sei centri di lavoro, in Benin quattro centri di accoglienza e tre centri di lavoro, in Togo tre centri di accoglienza e un centro di lavoro e in Burkina Faso solo un centro. Fino ad oggi Gregoire e la sua associazione hanno accolto più di 60 mila persone con problemi psichici in 25 anni di aiuto e interventi, e 25 mila malati di mente sono attualmente ospitati nei Centri di cura. Ma la cosa sorprendente, da sottolineare grandemente, è che sono i malati stessi i responsabili di questi centri: infatti queste persone, una volta guarite, vengono inviate a scuola per diventare infermieri e ritornano nei centri per curare a propria volta altre persone.

Gregoire nel corso della sua vita ha ricevuto numerosi premi e onoreficenze. L'Italia non fa eccezione in questo, avendolo insignito nel 1998, del Premio Internazionale Franco Basaglia con la seguente motivazione: “per aver dimostrato con la sua pratica di liberazione dalla contenzione e di emancipazione dei pazienti psichiatrici quanto la dignità e il rispetto degli uomini e delle donne sia alla base di ogni intervento di salute mentale”.

La testimonianza di vita e di Fede di Gregoire, uomo sposato e con sei figli, è veramente meravigliosa. il Bene che quest'uomo ha fatto, e continua a fare, assieme alla sua associazione, nel recupero e nel reinserimento delle persone malate in Africa è straordinario. Lui però non si attribuisce alcun merito perchè, come lui stesso afferma «Quello che vivo non viene da me, è più forte di me. Dio è venuto a prendermi da un fosso».
Grazie di tutto Gregoire!

Marco


FONTI: Jobel Onlus, Camilliani.org, Genova.it


mercoledì 6 gennaio 2021

Frati in treno: Napoli, la stazione dell'Anima


DAL 1976 CINQUE VAGONI SI SONO TRASFORMATI IN CONVENTO. POVERTA', PREGHIERA, ASCOLTO: LI', OGGI, VIVONO OTTO FRANCESCANI.
«ANCHE SE FERMI SIAMO PERENNEMENTE IN VIAGGIO»


Un sediolino di legno, un tavolo e una branda. L'essenziale per pregare e lavorare è racchiuso dentro la cuccetta di un vecchio treno delle Ferrovie dello Stato che dal 1976 è il convento dei Frati minori rinnovati di Napoli. In quei vagoni degli anni '40 la comunità che vive tutt'intorno ha trovato l'interpretazione più autentica dei messaggi di papa Francesco. Nel convento su rotaie vivono otto frati, nessuno di loro ha mai conosciuto il Papa. Eppure nel marzo dell'anno scorso Francesco fu a Scampia, a soli 3 chilometri dai vagoni di via Marfella. «Se ritorna a Napoli lo ospitiamo, non c'è problema. Ma non so se qui riuscirebbe a dormire». Fra Carlo del Divino Amore è il guardiano superiore del convento che si trova nella periferia di Napoli. Cinque vagoni "parcheggiati" ai confini del parco di Capodimonte, in un luogo poco distante da quei quartieri difficili di Napoli dove la povertà ricorda proprio quella "fine del mondo" da cui è venuto papa Francesco.
Un grande cancello marrone consente l'accesso al convento: quattro vagoni che nel '76 sono stati sistemati paralleli a due a due su binari morti grazie all'aiuto di una grande gru. Sono immersi nel verde, d'estate diventano roventi e solo la frescura degli alberi regala un po' di sollievo. D'inverno invece sono freddissimi, così le coperte sui letti diventano anche cinque.
L'arredamento è scarno. Quei treni hanno appena l'essenziale e rappresentano quell'idea di provvisorietà che oggi sembra condizionare la vita, soprattutto dei giovani. «Noi cerchiamo di recuperare lo spirito di san Francesco e il treno rappresenta il cammino itinerante», spiega fra Carlo, «ma anche la semplicità e la precarietà. Con questi valori cerchiamo di recuperare la spiritualità e l'insegnamento di san Francesco. Anche se fermi siamo perennemente in viaggio, perché niente è nostro, non possiamo radicarci in nessuna cosa».
Il convento di via Marfella è la stazione dell'anima. Quella in cui i pellegrini partono per il viaggio in cui imparano a dare e ricevere. Ad amare ed essere amati. A superare quelle false esigenze che quotidianamente condizionano la vita. «Siamo qui ad ascoltare e siamo pronti a dare una mano quando serve». La pienezza del messaggio di papa Francesco si concretizza nei gesti più semplici come quello della carità e della misericordia. «Non usiamo soldi», puntualizza fra Carlo, «ma c'è una moneta più forte, si tratta del dono». Alla necessità di generi alimentari o di altro viene incontro la generosità di chi ha un poco in più. E tutto quel poco poi diventa tanto da poterlo addirittura donare ad altri. «I contadini della zona ci portano verdura, frutta, uova, altri ci portano coperte, ma a noi basta poco e tolto quello che ci occorre il resto lo doniamo. Qui intorno c'è la 167 (un rione fatto di palazzine costruite per gli sfollati del terremoto dell'80, ndr), ci sono le Vele di Scampia e molti hanno bisogno di essere aiutati».
Nel convento non c'è una vera cucina, i frati preparano i pasti cuocendo il cibo su una stufa a legna. E poi la mancanza di un frigorifero che impedisce di conservare gli alimenti diventa non la condizione, ma la scelta per poter condividere e donare il cibo a chi ne ha bisogno. Ed è così che il convento dei Frati minori rinnovati diventa quasi un osservatorio sulla povertà.
Quella stessa povertà a cui ha pensato Jorge Mario Bergoglio quando ha scelto il suo nome. «Papa Francesco ritorna al Vangelo così come ha fatto san Francesco, cercando di ripresentare quello spirito e di accogliere il prossimo, di aiutarlo». Un supporto che non è solo materiale. I frati, che collaborano anche con la parrocchia del rione 167 di Scampia, ormai sono un punto di riferimento per la comunità. «È un'attività che si è intensificata soprattutto negli ultimi dieci anni», puntualizza fra Carlo: «Qui arriva sempre gente, vengono, prendono quello che serve. Poi ci sono alcuni dei nostri frati che girano nel quartiere, conoscono la realtà della gente che viene qui. Noi cerchiamo di dare conforto e di parlare con loro. Soprattutto cerchiamo di ascoltarli e di portare le persone a guardare la vita con occhi più cristiani».
La pace che si avverte una volta entrati nell'originale convento è il primo segnale di benessere per l'anima. «Quando le persone vengono qui esclamano: "Oh, che pace" e l'avvertono indipendentemente da quello che dicono o che diciamo noi», dice ancora fra Carlo.
È un abbraccio costante quello dei frati con il quartiere. «È il coraggio di chi vuol ricominciare da capo adattandosi a realtà che chiedono sempre più sacrifici. Proprio come ci suggerisce papa Francesco». La barba lunga che copre le guance di fra Carlo non lascia capire se accenna un sorriso. Che dopo una piccola pausa s'avvia alla conclusione: «Non conosco papa Francesco, ma con il suo carattere, beh, credo proprio che qui si troverebbe bene».

di Maria Elefante

FONTE: Famiglia Cristiana N.31
30 lugio 2017


E' davvero sorprendente che in una società moderna, opulenta e razionale come la nostra, possano ancora esserci uomini che decidano di vivere in questo modo, con questo stile di vita così umile ed essenziale, sulle orme di San Francesco. Sorprendente ma bellissimo.... e non posso negare che, mentre leggevo e riportavo sulle pagine di questo blog questo articolo, un senso di grande "pace" mi abbia pervaso, quella stessa pace che avvertono le persone quando entrano in questi vecchi vagoni ferroviari e prendono contatto con i frati.
Eh sì, queste sono proprio quelle belle cose che portano tanta pace nella nostra anima, e di cui dovremmo "nutrirci" più spesso. Onore e merito quindi a questi umili, semplici, generosissimi frati, i quali ci insegnano che certi valori, che possono magari sembrare "fuori dal tempo", in realtà non passano mai. E questo è davvero meraviglioso. Un Grazie sentitissimo da parte mia a tutti quanti loro!

Marco