Visualizzazione post con etichetta Perdono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Perdono. Mostra tutti i post

giovedì 24 luglio 2025

E' gioiosa Vittoria lasciar vincere Dio!


Lui aspetta. Sempre. E non è mai troppo tardi. E' così, è fatto così... è Padre. Un Padre che aspetta sulla porta. Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e s'intenerisce, e correndo viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente...
Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello che gli possiamo regalare per procurargli la consolazione di perdonare...
Si fa i signori quando si regalano i gioielli, e non è una sconfitta, ma gioiosa Vittoria lasciar vincere Dio!

Papa Giovanni Paolo I


mercoledì 16 aprile 2025

Accettare l'offesa e l'umiliazione


Gesù mi insegnò a non sentirmi mai offesa e mi riassunse in tre punti quello che sarebbe dovuto essere il mio atteggiamento:

1) Quando ti offendono, rifletti sul fatto che Io l’ho permesso;

2) Accetta e perdona anche se l’offesa è ingiusta. Ti servirà come espiazione di peccati nascosti;

3) Se possibile non ne parlare.

Gesù a suor Maria Natalia Magdolna:

“La lingua è come un pugnale, può infliggere ferite all’anima e anche ucciderla. Chi ferisce con la lingua è sulla strada della perdizione, perché ogni opera è destinata al fallimento se vi è coinvolto anche il più piccolo peccato. A chi ha subìto l’offesa e l’umiliazione dico di accettarla con serenità e umiltà, perché niente è più utile all’anima della umiliazione. Io sono stato umile e voglio vivere nell’anima umile”.


Tratto dal libro: “Rivelazioni profetiche di Suor Maria Natalia Magdolna” mistica del XX secolo


lunedì 20 gennaio 2025

Non è Dio che ci condanna all'inferno, ma siamo noi che ci condanniamo!


Ricordate che non è Dio che ci condanna all’inferno, ma siamo noi che ci condanniamo.
Quando la gabbia del corpo si apre, l’anima, come un uccello, si lancia verso ciò che amava. Quando il nostro corpo muore, noi voliamo fuori, o all’eternità dell’Amore di Dio o all’eternità dell’odio di Dio.

Basta un secondo per far perdere una gamba a un uomo; ma una volta perduta, è perduta per sempre. Durante tutta la vita possiamo commettere il peccato mortale; ma una volta commesso e non perdonato, il Paradiso è perduto per sempre.

Dio è certamente un Padre Amoroso e riceve a braccia aperte il figliol prodigo, a una sola condizione però: che ritorni pentito.


Beato Fulton J. Sheen, da “Fatti per l'eternità: introduzione al cristianesimo"


martedì 14 gennaio 2025

Il peccato ferisce Gesù e la Madonna


Nelle Lettere Annuali della Compagnia di Gesù si legge un episodio, avvenuto ad un giovane indiano.
Questi aveva abbracciata la Fede Cattolica e viveva da buon cristiano. Un giorno fu preso da forte tentazione; non pregò, non rifletté al male che stava per compiere; la passione lo aveva accecato.
Decise di uscire da casa per commettere un peccato. Mentre si avviava all'uscio, udì queste parole: - Fermati!... Dove vai? -
Si voltò e vide un prodigio: l'immagine della Vergine Addolorata, ch'era alla parete, si animò. La Madonna staccò dal Suo petto la piccola spada e riprese a dire: - Su, prendi questa spada e ferisci Me, anziché il Figlio Mio, col peccato che vuoi commettere! -
Il giovane, tremante, si prostrò a terra e con vera contrizione chiese perdono, piangendo dirottamente.

Don Giuseppe Tomaselli


giovedì 19 dicembre 2024

Amiamo la vita


Dobbiamo svegliarci la mattina dicendoci: "Buongiorno vita mia!". Se non siamo i primi ad amare la nostra vita perché dovrebbero farlo gli altri? Bisogna contemplare ogni giorno la nostra vita nella sua novità perché la vita è dinamismo, la vita è Dio che crea e ricrea ogni giorno cose nuove dentro e fuori di noi!
Non ci stupiamo mai abbastanza, né pensiamo mai al fatto che ogni giorno c'è qualcuno che alza la luce... non ce ne rendiamo conto, e così diventiamo banali, dando per scontato che ci svegliamo, abbiamo buona salute, pensiamo, amiamo, abbiamo la forza di sorridere. Ma Dio continua a fidarsi di noi perché è interessato a noi, ci ama e costruisce un futuro nuovo ogni momento! Per cogliere questo dobbiamo avere fede, fiducia in qualcuno, che è nostro Padre! E ricordiamoci che la fiducia è intrinseca alla nostra natura umana: ne siamo capaci e ne abbiamo tremendamente bisogno.
La fede è dentro tutti gli uomini del mondo, anche quelli che non conoscono il Signore, ma in ogni caso portano dentro di sé il capitale che Dio ha dato a tutti i Suoi figli: la capacità di stare insieme, di perdonare, di amarsi gli uni gli altri, di provare gioia, luce, verità! E anche se non crediamo sempre in Lui, la Sua fedeltà continua fino all'ultimo respiro della nostra vita e anche dopo l'ultimo respiro ci chiama per nome, perché Lui vuole salvarci "ad ogni costo"!
Credere in Lui significa che ci fidiamo di Lui e non viviamo un solo giorno senza di Lui nella nostra storia. Questa è la vera fede: accettare tutte le situazioni della vita, abbracciarle con coraggio e speranza, perché non dipendono da noi e perché siamo certi che Lui farà tutto per noi.
Questa è la nostra vita, che deve voler cambiare, camminare, ricominciare ogni giorno, senza aver paura di diventare buona, perché la nostra "casa" è vivere in pace e bene! 

Mamma Elvira


lunedì 11 novembre 2024

Come comportarsi Devotamente in chiesa


Dagli scritti di Padre Pio alla figlia spirituale Annita Rodote

Entra in chiesa in silenzio e con gran rispetto, tenendoti e reputandoti indegna di comparire davanti alla Maestà del Signore. Tra le altre devote considerazioni, pensa che l’anima nostra è tempio di Dio, e come tale dobbiamo conservarla pura e monda davanti a Dio e agli Angioli Suoi.

Prendi poi l’Acqua Benedetta e fa bene e con lentezza il segno della nostra Redenzione: il Segno della Croce.

Appena sei in vista del Dio Sacramentato (c’è un altare dove si conserva l’Eucaristia, è segnalato da una lampada accesa), fa devotamente la genuflessione piegando il ginocchio fino a terra; saluta prima Lui, il tuo Signore – vivo e vero nel Tabernacolo – poi vengono la Madonna e i Santi.

Trovato il posto, inginocchiati e rendi a Gesù Sacramentato il tributo della tua preghiera e della tua adorazione. Confida a Lui tutti i tuoi e gli altrui bisogni, parlagli con abbandono filiale, dà sfogo libero al tuo cuore e lascia piena libertà a Lui di operare in te come meglio gli piace.

Assistendo alla Santa Messa e alle Sacre funzioni, usa molta gravità nell’alzarti, nell’inginocchiarti, nel metterti a sedere, e compi ogni atto religioso con la più grande devozione. Sii modesta negli sguardi, non voltare la testa di qua e di là per vedere chi entra e chi esce; non ridere per riverenza al luogo Santo e anche per riguardo a chi ti sta vicino; studiati di non proferire parola con chi sia, a meno che la carità ovvero una stretta necessità non lo esiga.

Se preghi in comune, pronunzia distintamente le parole della preghiera, fa bene le pause, non usare un tono di voce alto, non affrettarti mai, segui il ritmo del sacerdote che conduce e degli altri.

Insomma, comportati in guisa che tutti gli astanti ne rimangano edificati e siano per mezzo tuo spinti a glorificare e ad amare il Padre Celeste.

Nell’uscire di chiesa abbi un contegno raccolto e calmo: saluta per primo Gesù Sacramentato, domandagli perdono delle mancanze commesse alla Sua Divina Presenza e non partire da Lui se prima non gli hai chiesto e da Lui non ne hai ottenuta la Paterna Benedizione.

Uscita che sei di chiesa, mostrati tale quale ogni seguace del Nazareno dovrebbe essere.


giovedì 11 luglio 2024

Maria Goretti appare in sogno al suo uccisore Alessandro Serenelli


Una notte, Maria Goretti appare in sogno ad Alessandro Serenelli, suo uccisore, vestita di bianco, nei giardini fioriti del Paradiso. Sconvolto, Alessandro scrive a Monsignor Blandini: «Rimpiango tanto più il mio crimine, che sono conscio di aver tolto la vita ad una povera ragazza innocente che, fino all'ultimo momento, ha voluto salvare il suo onore, sacrificandosi, piuttosto che cedere alla mia volontà criminale. Domando pubblicamente perdono a Dio ed alla povera famiglia, per il grande crimine commesso. Voglio sperare che otterrò anch'io il perdono, come tanti altri su questa terra».
Il suo pentimento sincero e la buona condotta in prigione gli valgono di essere liberato quattro anni prima del termine della pena. Trova allora un posto di giardiniere in un convento di cappuccini e vi si mostra esemplare. È ammesso al Terz'Ordine di San Francesco.

Grazie alle sue buone disposizioni, Alessandro è chiamato a testimoniare al Processo di Beatificazione di Maria. È qualcosa di molto delicato e molto penoso per lui. Ma confessa: «Devo riparare e fare tutto quel che posso per la sua glorificazione. Il male è tutto dalla mia parte. Mi sono lasciato andare alla passione brutale. Essa è una Santa. Una vera martire. È una fra le prime in Paradiso, dopo quel che ha dovuto soffrire per causa mia».

A Natale del 1937, si reca a Corinaldo, dove Assunta Goretti si è ritirata con i suoi figli, unicamente per riparare e chiedere il perdono alla madre della vittima. Non appena davanti a lei, chiede piangendo: «Assunta, mi perdona?Maria ti ha perdonato, non potrei perdonare anch'io?» balbetta questa.

Nel giorno di Natale, gli abitanti di Corinaldo non sono poco stupiti e commossi di veder avvicinarsi alla Tavola Eucaristica, l'uno accanto all'altra, Alessandro e Assunta.




domenica 7 luglio 2024

Alessandro Serenelli, un uomo ricostruito dal Perdono


Si chiama Alessandro Serenelli l’uomo che il 5 luglio 1902 uccise Maria Goretti, perché si opponeva alla sua passione per lei.

Prima di spirare, Maria gli offrì il suo perdono, dicendo:
Si, lo perdono! E lo voglio con me in Paradiso”.

Alessandro fu condannato a trenta anni di carcere. Al processo era presente anche Assunta, la mamma di Maria. Interrogata, anche lei dichiarò di voler perdonare l’assassino della figlia.
Nell’aula si sollevò un brusio tra lo stupore e l’indignazione. Ma Assunta affrontò il momento e affermò:
Anche Gesù ha perdonato i suoi assassini”.

Durante il quarto anno di reclusione, Alessandro ebbe una strana visione, che diede inizio alla sua Conversione:
Idee violente di disperazione mi turbavano la mente, quando una notte faccio un sogno: vedo davanti a me un giardino tutto di fiori bianchi e gigli e vedo scendere Marietta bellissima, la quale, man mano che coglie i gigli, me li presenta e mi dice: “Prendi” e mi sorride come un angelo. Io accetto quei gigli fino ad averne le braccia piene”.

Inizia per Alessandro un cammino di Redenzione che lo porterà alla totale Conversione.
Una cosa desidera con tutto il cuore: avere l’abbraccio di mamma Assunta. Dopo la sua uscita dal carcere, si recò a Corinaldo dove poté incontrare la donna. Alessandro è stato letteralmente ricostruito dal perdono.

Ha lasciato un piccolo testamento:
Sono vecchio. Riconosco che nella mia giovinezza presi la via del male, che mi condusse alla rovina. A vent’anni commisi un delitto passionale del quale oggi inorridisco. Maria Goretti fu l’angelo buono che la Provvidenza mi mise avanti. Ho impresse nel cuore le parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Espiai la colpa. Con l’aiuto di Maria cercai di comportarmi bene. Ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla Visione di Dio, di essere vicino al mio angelo protettore.


Fonte: Web


martedì 5 marzo 2024

Benedire e mai maledire


Dinanzi a ogni forma di male il Cristiano deve rispondere sempre con il Bene. Egli non deve mai maledire nessuno. Neanche il diavolo (cf. Gd 9-10).
L’unica vittoria sul male è il Bene. Chi vuole combattere il male lo può fare solo con il Bene. Chi risponde al male con il male non fa altro che accrescerlo, rafforzarlo. Come rispondere concretamente al male con il Bene? Ecco alcuni esempi: rispondere all’ingiuria con la benedizione, all’ira con la pazienza, al maltrattamento con il perdono, alla persecuzione con la preghiera, al nemico con l’Amore. Per ogni azione di male ricevuto bisogna trovare l’azione di Bene come risposta. Il Cristiano si misura da questa risposta.


Don Massimo Amelio


venerdì 11 agosto 2023

Benedire e mai maledire


Dinanzi a ogni forma di male il Cristiano deve rispondere sempre con il Bene. Egli non deve mai maledire nessuno. Neanche il diavolo (cf. Gd 9-10). L’unica vittoria sul male è il Bene. Chi vuole combattere il male lo può fare solo con il Bene.
Chi risponde al male con il male non fa altro che accrescerlo, rafforzarlo.
Come rispondere concretamente al male con il Bene? Ecco alcuni esempi: rispondere all’ingiuria con la Benedizione, all’ira con la Pazienza, al maltrattamento con il Perdono, alla persecuzione con la Preghiera, al nemico con l’Amore.
Per ogni azione di male ricevuto bisogna trovare l’azione di Bene come risposta. Il Cristiano si misura da questa risposta.


Don Massimo Amelio



sabato 17 dicembre 2022

Salvo per aver perdonato

Mentre Santa Margherita Maria Alacoque era maestra delle novizie le si presentò una pia giovanetta che non si dava pace per la sorte incerta del suo papà morto. La Santa l'assicurava che suo padre era salvo.

Ma la giovane: «Volesse il Cielo. Ma io so che il povero papà mio, per quanto buono, nutriva un odio mortale verso un suo nemico».
S. Margherita le assicurò che suo padre era ormai in Paradiso, come le aveva rivelato Gesù; anzi le diceva che tra qualche giorno sarebbe stata visitata da sua madre, dalla quale avrebbe avuta certezza di ciò che egli aveva fatto in punto di morte.

Dopo due giorni infatti la madre andò al monastero per visitare la figlia e le disse che il papà, mentre riceveva il santo viatico, avendo scorto che tra i presenti vi era colui dal quale aveva ricevuto tanti torti, lo chiamò a sé e gli perdonò generosamente l'affronto.


sabato 21 maggio 2022

«Egli è salvo»

Un giorno del 1855 o 1856, faceva visita ad Ars l’abate Guillaumet, che fu per lunghi anni superiore dell’Immacolata Concezione a Saint-Dizier nell’Alta Marna.

Una povera donna in lutto, che durante il viaggio era stata sempre seduta vicino a lui, ascoltando in silenzio i discorsi di meraviglia su Ars ed il suo curato, gli rivolse, per la prima volta, la parola quando giunsero alla stazione di Villefranche:
«Signore, mi permettete di seguirvi fino ad Ars? Vengo là come andrei in un luogo qualsiasi: viaggio perché ho bisogno di distrarmi».
L’abate Guillaumet si accordò subito, ed accettò anche di farle da guida. Giunsero ad Ars quando il curato Vianney, che ancora indossava la cotta, avanzarsi tra la folla e dirigersi verso questa povera donna che in quel momento, per seguire l’esempio dei pellegrini, si era inginocchiata. Il Santo, chinatosi al suo orecchio disse: «Egli è salvo». La sconosciuta ebbe un sussulto, e Vianney ripetè: 
«Egli è salvo».
La risposta a queste parole fu un gesto di incredulità da parte della donna straniera. Allora il Santo sacerdote, scandendo ogni parola, aggiunse: «Vi dico che egli è salvo, si trova in Purgatorio, e si deve pregare per lui. Tra il parapetto del ponte e l’acqua ha avuto il tempo di fare un atto di contrizione. E’ la Santa Vergine che gli ottenne questa Grazia: ricordate le devozioni del mese di maggio nella vostra camera. Qualche volta il vostro sposo, quantunque irreligioso, si è unito alla vostra orazione, e questo gli ha meritato il perdono».

L’abate Guillaumet non comprese nulla di queste parole; e solo il giorno seguente seppe della meravigliosa luce che aveva illuminato il servo di Dio. Quella donna passò tutta la notte in preghiera, e ne uscì con la fisionomia trasformata, simbolo della pace, di cui era ripiena la sua anima.
Prima di partire da Ars, com’era naturale, ringraziò l’abate Guillaumet, a cui disse: «I medici mi consigliarono di viaggiare per distrarmi dall’atroce disperazione che seguì il mio animo alla tragica morte di mio marito, che era incredulo e che io speravo di condurre alla fede. Disgraziatamente egli annegò con un suicidio volontario. Non potevo rassegnarmi al pensiero che fosse dannato e che non lo potessi veder più. Ebbene, voi avete sentito la parola di conforto che mi è stata detta: “Egli è salvo. Quindi lo rivedrò in Cielo. Signore, qui ho trovato la guarigione”».


FONTE: Il curato d'Ars e le anime del Purgatorio
di don Marcello Stanzione 
   



Personalmente trovo questa testimonianza, oltre che molto bella, anche particolarmente "istruttiva", in quanto essa mette in evidenza la grande Misericordia di Dio, la preziosissima intercessione della Vergine SS. e la presenza del Purgatorio, una realtà quest'ultima che viene un po' troppo spesso "trascurata" dalla nostra Chiesa, ma che è invece una assoluta realtà di cui ognuno deve tenere ben in conto.
A tal riguardo conto di postare su questo blog altre storie che parlino del Purgatorio, storie e testimonianze che veramente non mancano nella lunga storia della Fede Cristiana.

Marco

sabato 24 aprile 2021

Chiedere e dare perdono: la forza di Claudia e Irene

Una è la vedova dell’appuntato Antonio Santarelli, ridotto in fin di vita ad un posto di blocco e morto dopo un anno di coma nel 2012. L’altra è la mamma di Matteo, il giovane aggressore, che per quella morte sta scontando 20 anni in una comunità di don Mazzi. Insieme hanno dato vita all’associazione «AmiCainoAbele».

Il dolore è una cosa seria. Ce lo insegna anche il Vangelo: Gesù piange per l’amico Lazzaro che è morto; Giairo, uno dei capi della Sinagoga, che chiede la vita per la figlioletta morente; Maria che, straziata dal dolore, resta ai piedi della croce assistendo impotente all’agonia del Figlio.

Il dolore è una cosa seria, è una dimensione della vita sulla quale ci giochiamo anche la nostra fede. Ma il dolore è anche una strada, come lo è stata la via crucis. È una strada che va percorsa tutta, evitando inutili scorciatoie, ma immergendosi nell’abisso, che a volte è solo disperazione, per incamminarsi – a passi anche stentati – verso la feritoia di luce che intravediamo. È questa l’esperienza che hanno vissuto Claudia Francardi e Irene Sisi, due "mamme coraggiose", che hanno saputo convertire il dolore in un sentiero di speranza. Per loro e per molti altri.

Claudia Francardi è la vedova di Antonio Santarelli, l’appuntato scelto dei Carabinieri, che una mattina di festa è uscito di casa per prendere servizio e non vi ha fatto più ritorno. Quella mattina del 25 aprile 2011 la vita di Antonio si è intrecciata indissolubilmente con quella di Matteo Gorelli, un ragazzo poco più che diciottenne, il quale di ritorno da un rave party, si imbatte in un posto di blocco dei Carabinieri nella zona di Pitigliano (Grosseto). Doveva essere quasi una pratica di routine e invece quell’alt genera l’inferno. Antonio, insieme al collega, viene aggredito, riporta gravissime lesioni cerebrali e dopo un anno di coma, l’11 maggio 2012 muore.

Per quell’aggressione, diventata mortale, Matteo sta scontando venti anni in una struttura di don Antonio Mazzi nel Milanese. Una terribile storia di cronaca, come purtroppo molte ne leggiamo, che poteva finire lì, "ridursi" ad essere – appunto – "solo" una terribile vicenda di "nera" e che invece, per la forza del perdono, diventa anch’essa una storia di resurrezione. Grazie a Claudia, la vedova del Carabiniere, e Irene, la mamma del giovane che sta scontando una pena per omicidio. Dal buio della disperazione, che in modi diversi le ha fatte sprofondare nell’abisso, Claudia e Irene hanno trovato la forza della risalita, faticosa, lenta, nient’affatto scontata, ma ce l’hanno fatta. A rendere possibile la loro rinascita è stato il perdono, chiesto e donato, desiderato e maturato nel cuore. Insieme Claudia e Irene hanno dato vita all’associazione "AmiCainoAbele", presentata ufficialmente pochi giorni fa a Grosseto, nell’ambito della festa parrocchiale di Santa Lucia, nel quartiere Barbanella.

Con loro, in questo cammino faticoso, c’è sempre stato un sacerdote, don Enzo Capitani, direttore della Caritas diocesana di Grosseto ed una vita spesa in mezzo a quelle «periferie esistenziali» di cui tante volte ci parla Papa Francesco. Nel corso degli anni don Capitani ha dato vita a tante realtà sociali e di volontariato, «ma –’ ha detto – stavolta ho contribuito a far nascere qualcosa di diverso, a suo modo straordinario».

Ha parlato di «ritorno alle origini», don Enzo, ma non in senso temporale, a quando cioè con uno sparuto gruppo di volontari e operatori dette vita al Ceis anche in Maremma. No, un «ritorno alle origini» nel vero senso della parola, un ritorno alle origini «di noi come persone – ha spiegato –. Ciascuno di noi quando è nato era in pace con tutti; la vita poi ci porta quasi a spezzare l’incantesimo della fraternità umana e nelle nostre scelte si insinua il tarlo della divisione, del risentimento, della collera, dell’ingiustizia… Quanto sarebbe bello se ognuno di noi si impegnasse a recuperare l’armonia delle origini», ha sospirato.

"AmiCainoAbele" nasce con questo scopo: ritornare alla origini, non dimenticando – certo – che il male provoca conseguenze, che bisogna rispondere del dolore generato in altri, ma che c’è anche da ricomporre un quadro, un’armonia spezzata. Claudia e Irene sono partite da qui per imparare a guardasi negli occhi, chiedendo e ricevendo perdono. Non è una storia "zuccherosa" questa; anzi, è la stessa Claudia Francardi a dire subito: «Non sono pazza», ma «se diciamo di credere in Gesù, non possiamo prendere del Vangelo solo quello che ci conviene». Ma il percorso imboccato da questa donna esile, delicata, ma forte e coraggiosa, è stato dolorosissimo, così come quello di Irene.

Entrambe hanno lasciato che il dolore – quello che soffoca, toglie il respiro, annulla la vista – facesse il suo corso. Poi è iniziata la risalita. Paradossalmente è stata proprio la morte di Antonio Santarelli a far dire a Claudia che non avrebbe voluto un futuro di rabbia, di rancore, di vendetta. Doveva fare i conti con quel giovane che le aveva "ucciso l’amore", così come nel lungo e straziante periodo di coma del marito, ha dovuto fare i conti con la disperazione, con la voce dei medici che le ripetevano che per Antonio non c’era alcuna possibilità, con la depressione, coi mesi di buio, di dolore impotente.

Nel frattempo stava andando avanti il processo di prima grado e dopo la morte di Antonio, l’accusa per Matteo si fa più grave: omicidio. Poi arriva la sentenza: ergastolo. Nella concitazione del momento c’è chi sorride e chi si dispera, c’è chi piange e chi si da di gomito: solo queste due mamme, fragilissime come una porcellana di Capodimonte, sentono nel loro cuore che non basta un tribunale. «Quando ho sentito la parola ergastolo – racconta Claudia – mi sono sentita morire un’altra volta. Matteo aveva fatto qualcosa di aberrante, ma non potevo rassegnarmi all’idea che non gli fosse concessa una possibilità di riscatto
».

L’incontro tra le due mamme era già iniziato nelle settimane precedenti quella sentenza di condanna (che poi in appello è stata mitigata a vent’anni): un giorno Irene fece recapitare a Claudia una lettera, nella quale con poche parole, le chiedeva perdono. Quella lettera non è finita nel cestino: Claudia l’ha aperta e l’ha letta. C’è voluto del tempo, perché maturasse una risposta, poi un giorno le due donne si sono incontrate ed un abbraccio ha sciolto molto, se non tutto. Irene non ha mai minimizzato o cercato "scusare" il figlio, anzi si dice convinta che proprio grazie al fatto che anche in fase processuale non si siano cercate scappatoie, ma solo la verità e che Matteo si sia preso fino in fondo la responsabilità di quanto commesso, Claudia abbia avuto la possibilità di imboccare la strada del perdono. Il cammino continua, la risalita è lenta, ma un sentiero si è aperto e nessuno vuol tornare indietro.

Dalla discesa all’inferno al percorso di resurrezione

La prima cosa che Claudia Francardi ha fatto, il giorno in cui a Milano si è incontrata faccia a faccia con Matteo Gorelli, il giovane che aveva aggredito suo marito fino a condurlo alla morte, è stato guardare le mani di Matteo. «Mi sono chiesta come sia stato possibile che mani tanto piccole e affusolate avessero potuto compiere un gesto tanto tremendo». E quelle mani hanno incontrato quelle di Claudia grazie ad un Rosario: «Quel giorno – racconta la donna – avevo con me una corona e ho chiesto a Matteo se potevo metterla tra la sua e la mia mano». E così è avvenuto.

La forza della riconciliazione è passata anche da quel gesto, per certi versi ardito. «Per Matteo – ha spiegato la mamma Irene – è stato difficilissimo incontrare per la prima volta Claudia: in lei rivedeva il male che aveva commesso, la rappresentazione della sua colpa. Ma poi si è sentito perdonato ed in lui è nata la voglia di diventare una persona migliore». Oggi Matteo studio all’Università, è iscritto al corso di laurea in scienze dell’educazione, vuol diventare educatore nelle carceri «per essere – spiega la mamma – un ponte tra il passato e il futuro che può esserci».

Nel contempo prosegue l’impegno di Irene Sisi e Claudia Francardi per far sì che la loro vicenda diventi un seme fecondo per altri. Le due donne partecipano ad incontri nelle scuole ed è proprio durante il viaggio di ritorno da uno di questi incontri che quasi all’unisono si sono dette: «Come possiamo fare in modo che questa nostra storia non resti solo un fatto per noi?».

È nata così l’idea di dar vita all’associazione «AmiCainoAbele» per coinvolgere altre persone e diffondere la cultura della riconciliazione. Che passa attraverso alcune parole che stanno alla base del progetto: verità, responsabilità, compassione. Il perdono, infatti, è un fatto personale, ma può nascere dentro un cuore preparato e all’interno di una situazione in cui la giustizia fa il suo percorso. Verità e responsabilità: quella che ha detto Matteo e che Matteo si è assunto. Se anche in sede processuale la verità non fosse emersa fino in fondo e Matteo non avesse compiuto un percorso di consapevole pentimento, non ci sarebbe stato un "dopo" diverso da quello che sembrava già scritto: una storia di dolore insopportabile, capace solo di "congelare" ciascuno nel proprio dramma.

Da questo percorso di discesa nell’inferno del male, la risalita è diventata invece un percorso di resurrezione, che può guarire "Caino" e "Abele" e può aiutare tanti altri a sperimentare che il perdono non è utopia, non è per gente "debole", ma per chi ha testa e cuore, per chi sente dentro di sé che c’è una strada percorribile, per quanto stretta e piena di insidie e dentro una vicenda che stordisce c’è un pertugio e una ferita enorme, che ancora fa male, ha però potuto trasformarsi in una feritoia dalla quale filtra quel tanto di luce che ha permesso il perdono.


di Giacomo D'Onofrio

11 ottobre 2014

FONTE: Toscana Oggi

venerdì 11 dicembre 2020

Luca, vent'anni per Gesù


Voglio vivere una donazione totale all’altro, secondo lo stile dl Gesù.
(Luca)


Una domenica di maggio 1975 a Cuneo. Nella parrocchia "Cuore Immacolato di Maria", è festa di Prima Comunione. Tra bambini c’è Luca Ferrari, otto anni, lo sguardo dolce e sbarazzino, contento del suo primo incontro con Gesù... Si ferma in preghiera davanti alla statua della Madonna, poi le dà la mano, come fa con la mamma. Da quel giorno Ella l’avrebbe guidato sulle orme del Figlio suo. E lui la chiamerà «Mamma Maria».
Luca era nato il 7 dicembre 1967, vigilia dell’Immacolata, terzo dopo Paolo e Laura. Bambino vivace, papà Enrico lo chiamava «il grillo». Dai genitori scopre che Gesù è il più grande Amico e che la vita va spesa come dono d’Amore.
Ogni mattina, ogni sera, con i suoi cari, si raccoglie a pregare. Alle elementari, intelligente e studioso, è capace di amicizia con tutti: buono, sorridente, un gran mattacchione. Tutto lo appassiona. Frequenta il catechismo parrocchiale...
Si affeziona al parroco, Don Giorgio, fervente e dinamico, che diventa la sua guida, colui che, con la mamma Elsa, lo aiuterà a intessere un intenso rapporto d’Amore con Gesù. Quando riceve la Cresima, Luca, undici anni, sa che ora tocca a lui essere un cristiano vero.

Gesù è la gioia

È limpido come l’acqua che scroscia dai monti della sua terra. Impara a conoscere stupendi modelli di vita: Tarcisio, il ragazzo martire di Roma antica (cui è intitolata l’associazione parrocchiale), giovani Santi come Domenico Savio e Pier Giorgio Frassati. Non può sopportare ingiustizie né azioni scorrette: «Io con quello non ci sto più, perché dice troppe parolacce» — s’impenna indignato.
Quando arriva alla scuola media, l’istituto Maria Immacolata, è un ragazzo felice che studia volentieri e che si fa tanti amici con i quali gode un mondo a giocare, a fare sport, a cantare.
A fianco dei genitori, gli nasce dentro la passione per la montagna. Luca è un adolescente che sogna le vette.
Mentre diversi compagni non frequentano più la parrocchia, lui è fedelissimo agli incontri formativi, alla Confessione frequente, alla Messa festiva e spesso anche durante la settimana, sempre con la Comunione. Crescendo, sente di aver ancora più bisogno di Gesù e vuole conoscerlo a fondo: comprende che Gesù è la sorgente della gioia vera.
Nel 1981, dopo la terza media, s’iscrive alle superiori. Ha nel cuore il desiderio di portare Gesù a scuola, dovunque. Comincia a voler bene a tutti i compagni ed è sempre pronto a dar loro una mano, anche quando gli costa. Studia con intelligenza e impegno, sempre promosso tutti gli anni, e vuole approfondire fatti e problemi: ha la passione della Verità. Negli incontri in parrocchia, nel colloquio sempre affettuoso con i genitori. Luca matura una Fede forte e gioiosa. Incontra giovani che trattano con ironia chi crede. Luca risponde con bontà, ma spiega loro con chiarezza chi è Cristo. A scuola c’è un professore che attacca i cattolici. Solo Luca interviene deciso: «Questo non è vero. Lei non può parlare così!»
È pronto a dar ragione della sua Fede con convinzione così profonda e motivata da stupire. Carlo, il suo vicino di banco, un giorno gli confida: «Voglio farmi prete». Luca ne è orgoglioso. Quando Carlo trova difficoltà, solo lui continua a sostenerlo: «Coraggio, va avanti. E’ una scelta meravigliosa». Una volta entrato in noviziato dai salesiani, Luca va spesso a trovarlo: «Tieni duro! Il Signore è con te».
A chiunque incontra, annuncia Cristo con brio, simpatico ed attraente. Ricco di umanità, è accogliente verso tutti e fa sentire loro che solo Cristo è il senso e la bellezza della vita, che Lui è più forte del dolore, del peccato, di qualsiasi dramma. Luca affascina con il suo sorriso e la letizia che emana dalla sua figura: gli altri comprendono che solo Gesù è il segreto di questa vita, di questa gioia.

«Come persona gradita al Signore»

Si impegna in parrocchia interessandosi ai bambini, ai poveri, collaborando con la "S. Vincenzo", senza risparmiare fatica. Si dedica ad un giovane che sta scivolando verso una brutta strada. Durante la festa, una sera di capodanno, in parrocchia, un giovane che conosce è ubriaco. Luca se lo carica sulle spalle e lo porta a casa sua, rinunciando alla festa, e lo fa dormire nella sua camera. Sente che tocca anche a lui far vedere Gesù.
«Qui — dice con i compagni — bisogna sputare l’anima». Ma sa che non potrà far nulla da solo: «Sto portando avanti un progetto di sensibilizzazione per dare aiuto ai bambini dell’India — scrive ad un amico —. Per questo ti chiedo di pregare perché il Signore mi dia la forza».
Luca ha sempre creduto alla preghiera. Ora prega, cuore a cuore con Gesù. Ama molto "Le preghiere" di M. Quoist: le medita e ne fa parte agli amici, con i quali spesso afferma: «L’unica cosa è pregare», perché si fida di Dio e da Lui attende tutto...
Fin da bambino, ha un’affezione grande alla Madonna: la sente e la prega come Mamma, le affida i suoi cari, gli amici, i progetti di bene. La prega spesso nel suo Santuario di Fontanelle. Confida: «Ogni mattina, metto la mia giornata nelle mani della Madonna». Scrive: «Lungo la via della vita, l’incontro con la Mamma è sempre rassicurante». Prega con il rosario e insegna agli altri ad amare «Mamma Maria».
In parrocchia con gli amici ha organizzato un complesso musicale. Partecipa spesso con i genitori e gli amici a giornate allegre in montagna. Si diverte «da matti» a giocare a pallone, a pallavolo ed è pure uno sciatore provetto. Ma nei momenti più impensati, propone agli amici: «Ora preghiamo insieme». Una sera, sale con loro a S. Anna di Vinadio, a piedi. È buio fitto, ma giunti alla meta, Luca li invita a pregare sotto il cielo stellato... Non raramente, si apparta da solo e nessuno può rapirlo dal suo colloquio con Dio. Tutti lo sentono fratello, ma i più attenti si accorgono che è diverso.
A Carlo, l’amico che si avvia al sacerdozio, scrive: «Ti ringrazio perché con la tua presenza ed esempio, mi incoraggi ad andare avanti nel cercare di costruirmi come persona gradita al Signore». È il suo progetto, il medesimo di Gesù: «Sono venuto per compiere la volontà del Padre». Così, quando nasce la nipotina Samantha, Luca, diciottenne, accetta con orgoglio di farle da padrino: «Allora sono diventato grande» — commenta commosso — e partecipa con i genitori della piccola alla preparazione del Battesimo impegnandosi a trasmetterle la sua Fede.
Nel 1986, ha conseguito la maturità. È un giovane forte e slanciato, dallo sguardo bello e puro. Non è mai entrato in una discoteca né ammazza il tempo in esperienze di vizio e di peccato. Durante l’estate, a Taizé, incontra giovani di mezza Europa ed approfondisce la sua capacità di pregare. Fa amicizia con un gruppo di giovani che, al ritorno, gli chiedono un piccolo contributo per i bambini dell’India. Luca possiede in banca 700.000 lire (poco più di 300 euro), frutto del suo primo lavoro, e dice al papà: «Manda tutti i miei soldi a quei bambini». Per loro si priva di tutto quel che ha.
Giunto il tempo del servizio militare, presenta domanda di obiezione di coscienza: «Io sottoscritto... dichiaro di essere contrario all’uso delle armi e della guerra... Voglio vivere una donazione totale all’altro secondo lo stile di Gesù: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano». Voglio donare me stesso per realizzare un incontro nella carità, vincolo di perfezione, nella quale soltanto potranno essere superati gli eterni conflitti tra gli uomini e le nazioni
». Presta servizio civile alla Caritas, presso il Centro-Famiglia di Borgo San Dalmazzo, strappando l’ammirazione degli assistiti e del responsabile. Vuole dare di più, specialmente per i bambini cui fa dopo-scuola. Nei momenti di libertà, spiega ai più giovani il valore del servizio ai fratelli, l’urgenza di costruire un mondo di pace. Ma ormai Dio lo veniva preparando all’offerta suprema.
Nel marzo 1987, Luca si frattura una gamba, cadendo dagli sci. Ingessato, si lamenta con la mamma: «Sono immobilizzato, mentre c’è tanto bisogno di far del bene
». La mamma gli ricorda: «Gesù ha salvato il mondo sulla croce». Luca ascolta: «Mamma, parlami ancora di Lui». La luce arriva ed egli offre la sua sofferenza con Gesù. Risponde: «Adesso andiamo in chiesa a pregare. Ed insieme alla mamma, prega: «A me basta il mio Dio...» (Salmo 15)». Ha compreso che la sofferenza offerta per Amore con il Crocifisso, diventa Redenzione del mondo.

Una svolta nella sua vita

Guarisce presto e riprende le sue attività... scala le montagne. il «suo» Monviso... Di lassù guarda il cielo che è più bello e la terra che si fa lontana e piccina. Le foto lo mostrano sulla vetta, vicino ad una croce... Sono mesi densi di Amore a Cristo e al prossimo, vivificati dalla preghiera e dalla Comunione Eucaristica. Luca diffonde attorno a se la luce e la pace che solo Dio può dare.
Un giorno d’agosto 1987, conversando, la mamma gli ricorda: «La vita si costruisce solo con Gesù... Chi è Gesù per te?». Le risponde Luca: «Gesù è il mio unico punto di riferimento. Colui per il quale viviamo. Ma credi che sia facile costruire tutto su di Lui?».
Sa di aver bisogno del Perdono e della Grazia Divina e cerca tutto questo nella confessione frequente per ripartire più limpido e più capace di amare.
Nel settembre 1987, con gli amici dei "Focolari" (cui appartengono i suoi genitori), Luca è a Roma, in udienza dal Papa: è radioso quando può stringergli la mano, sorridergli...
In ottobre, partecipa alla Messa celebrata presso "l’Ausiliatrice" di Torino, da don Commisso, salesiano, per il 25° di matrimonio dei suoi genitori. Riceve la Comunione sotto le due specie: il calice in cui beve il Sangue di Gesù è quello di Don Bosco e Luca sprizza di felicità. L’ultima foto della sua vita lo mostra così: Luca, con il Sacro Calice tra le mani, vicino al sacerdote, quasi si confonde con il volto di Gesù che ha alle spalle, in una stupenda immedesimazione d’Amore!

«Ho vissuto in Te»

Il 7 dicembre 1987, compie 20 anni. È festa in casa Ferrari. Il 9, presta la sua opera in una casa di riposo. La sera del 10 dicembre, mentre sale da Borgo Gesso, con la sua piccola «500», è investito da un’auto che sbanda. All’ospedale si riscontrano numerose fratture sul suo corpo. Accorrono i genitori. Luca, tutto dolente, chiede ad un’infermiera: «Dica alla mia mamma che le voglio bene». È operato per l’asportazione della milza. Appena riprende conoscenza, dice ai suoi genitori: «Perdono il giovane che mi ha investito. Desidero vederlo per dirglielo di persona». Dopo qualche istante: «Non costituitevi parte civile, non fate nulla che possa nuocergli». Sembra riprendersi bene. Sa che sarà esonerato dal servizio civile: «Papà, — spiega —
io quelle persone là non le voglio lasciare. Lo farò come volontariato, ma i miei venti mesi con loro li voglio passare tutti». E ancora: «Vorrei lasciare al Centro Famiglia di Borgo San Dalmazzo l’assicurazione». «— gli risponde il papà — faremo tutto quello che vuoi, ma ora pensa a guarire».
Seguono giorni di trepidazione e di speranza. Tutti pregano per lui. Ogni giorno, Luca con i genitori prega con il "Magnificat", per lodare il Padre con Maria e offrire tutto per la sua Gloria. Vengono a fargli visita il parroco Dan Giorgio, il vice Don Beppe, sacerdoti, amici: «Luca, vuoi pregare?» —
«Sì. — risponde subito — l’Ave Maria, perché è rivolta a Mamma Maria e poi perché me l’ha insegnata mamma». Vuole spesso la Comunione, perché con Gesù non c’è da aver paura. Nel suo corpo dolente sono infilate più di dieci flebo. Il medico cerca di calmargli il dolore ma Luca gli chiede: «Solo mezza iniezione. Voglio resistere da solo. Voglio essere lucido!».
Negli stessi giorni, nel medesimo ospedale, nasce il nipotino Matteo. Luca commenta: «Se nasce lui, c’è già chi mi sostituisce... io posso anche morire». Ma il giorno di Natale, è in un letto «normale». Non vuole regali: «Mamma, non si può vivere questa festa in povertà?». Alla sera, tutti i familiari si radunano attorno a lui.
Domenica 27 dicembre, Luca sente un dolore al petto. Mormora: «Signore, pietà». Si rivolge alla mamma con voce intensa: «Com’è bello il Cielo!». Poi: «Guarda il campanile della nostra chiesa: si vede solo più la croce!». Le cure continuano, ma la fitta al petto si fa più forte: l’aorta sta cedendo. È il 28 dicembre 1987, festa dei SS. Innocenti. Luca vuole vedere il nipotino Matteo, di pochi giorni: lo accarezza, lo bacia. Mentre il sole tramonta, dietro le vette inondate di luce, Luca chiama: «Mamma, voglio pregare». Ed insieme alla mamma, dice piano, sottovoce, la sua preghiera prediletta, "Gratitudine" di Chiara Lubich: «Gesù, ti voglio bene, perché sei entrato nella mia vita, più dell’aria nei miei polmoni, più del sangue nelle mie vene. Sei entrato dove nessuno poteva entrare... Ogni giorno ti ho parlato, ogni ora ti ho guardato e nel tuo volto ho letto la risposta, nelle tue parole la spiegazione, nel tuo Amore la soluzione. Ti voglio bene, perché per tanti anni hai vissuto con me ed io ho vissuto di Te... Dammi di esserti grato, nel tempo che mi rimane, di questo Amore che hai versato su di me e m’ha costretto a dirti: ti voglio bene».
Sono le sei di sera. Luca, vent’anni colmi di dedizione, contempla Gesù e, nella sua Gioia infinita, gli ripete in eterno «Ti voglio bene».


di Paolo Risso


FONTE:  Unità Pastorale Valfreddana Nord-Ovest


Ho conosciuto la figura di Luca Ferrari grazie alla parrocchia S. Paolo Apostolo di Parma, il cui gruppo è andato a conoscere i suoi genitori e amici più stretti, in Piemonte, nel paese in cui Luca ha vissuto la sua breve ma intensa vita. Sono rimasto veramente colpito da questo ragazzo, così "intriso" di vera, genuina Fede, pur rimanendo un ragazzo come tutti gli altri, amante della vita, degli amici, delle escursioni in montagna.... ma tutto sempre vissuto alla Luce di Cristo, sua unica Guida, Verità e Vita.
Luca rappresenta certamente uno splendido modello da imitare per tutti, sopratutto per i giovani, al pari di Carlo Acutis, di Chiara "Luce" Badano, di Pier Giorgio Frassati.... questi giovani di oggi che sono troppo spesso lasciati soli a loro stessi, alla mercè di un mondo e di una società troppo consumistica e spesso lontana dai Veri Valori. E allora sono veramente felicissimo di poter parlare di questo ragazzo sulle pagine di questo nuovo blog, un mio piccolissimo omaggio a questa splendida figura "volata" in Cielo così presto, nel fior fiore degli anni, certamente per un Disegno particolare di Dio che lo voleva vicino a Sè, nel Suo meraviglioso Giardino che è il Regno di Dio. Un Regno che attende tutti quanti noi, solo che lo vogliamo, e di cui Luca è certamente uno splendido fiore.
Grazie Luca, di tutto !!!

Marco