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giovedì 6 marzo 2025

L'orribile fetore dei peccati


Alcuni Santi avevano il Dono di sentire il fetore e la puzza di putrefazione dei peccati mortali delle persone che gli si avvicinavano

Fu il caso, tra gli altri, di Santa Brigida di Svezia, che tali odori scomodavano fino al malessere,

e di San Filippo Neri che individuava, a naso, nel suo confessionale, le grosse colpe che i suoi penitenti romani omettevano di confessargli.

Così pure San Giovanni Bosco quando confessava i ragazzi dell’oratorio e assolveva i peccati di impurità aveva i conati di vomito.

E anche Padre Pio un giorno che aveva confessato tante persone in peccato mortale, quando finalmente venne un' anima pura per confessarsi esclamò... "Finalmente un po' di aria fresca"!!!

"E’ vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento (S. Confessione) e ricorrere ai Miei ministri, i quali sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue, uscito da questa vite".
(Gesù a Santa Caterina da Siena)

Affermava, a questo proposito, San Giovanni Crisostomo: "Se potessimo vedere l’avvilimento, la degradazione dell’anima di un lussurioso, preferiremmo un fetido sepolcro a un tale stato".

Viene riferito che Padre Pio, a volte, mentre camminava in mezzo alla gente, si fermava vicino a qualcuno e, con volto serio, diceva: “Tu puzzi!”.
Padre Pio parlava di chi vive nel peccato. Chi vive nel peccato grave non emana il profumo dello Spirito Santo, ma l’odore dello zolfo che è l’odore della presenza di satana.

DON BOSCO E L’INSOPPORTABILE FETORE DEI PECCATI

Un giorno, San Domenico Savio apparve in visione a Don Bosco e questi gli domandò: “I miei giovani sono tutti sulla buona via per salvarsi?".
"Essi – rispose Domenico —, si possono distinguere in tre classi. Vedi queste tre note?". E gliene porse una.
Don Bosco vide che portava scritto: "Invulnerati" (non feriti) e portava i nomi di chi aveva conservato l’innocenza. "Erano in gran numero – dice Don Bosco - io li vidi tutti e ne riconobbi molti. Camminavano diritti, benché fossero fatti bersaglio di saette e di colpi di spada".
Allora Savio gli diede la seconda nota, che portava scritto: "Vulnerati" (feriti): erano quelli che avevano peccato, ma poi si erano pentiti e confessati. Questi erano in numero maggiore dei primi.
Don Bosco lesse la nota e li vide tutti.
Domenico aveva ancora la terza nota, che portava scritto: "Lassati in via iniquitatis" (abbandonati sulla via dell'iniquità).
C’erano i nomi di quelli che si trovavano in disgrazia di Dio.
Don Bosco era impaziente di conoscerli e stese la mano, ma Domenico Savio lo trattenne dicendo che ne sarebbe uscito un fetore insopportabile.
Tuttavia alle insistenze di Don Bosco, gli diede anche la terza nota. Quindi si dileguò.
"Apersi la nota – racconta il Santo – e subito si sparse un odore così insopportabile che credetti di morire.
Non vidi alcun nome, ma in un colpo d’occhio mi furono dinanzi tutti gli individui scritti in quella nota, come se li vedessi in realtà. Tutti li vidi, e con amarezza. La maggior parte io li conoscevo.
Vidi molti che in mezzo ai compagni parevano buoni, alcuni anzi ottimi, ma non lo erano".

(Tratto dai sogni di Don Bosco)


Fonte: Gruppo Facebook "Don Giuseppe Tomaselli SdV"


martedì 25 giugno 2024

Due trappole che utilizza il diavolo per ingannare i giovani


Nel 1847 Don Bosco si rivolse calorosamente ai suoi ragazzi avvertendoli degli inganni del diavolo.

Ci sono due insidie che il diavolo usa per scoraggiare i ragazzi dal cercare di essere buoni:

La prima trappola è ficcarti in testa l'idea che obbedire alle Leggi di Dio significa essere infelici, senza divertirsi.
Quando Don Bosco presentò il suo libro di preghiere disse: “Questo è lo scopo di questo libricino: insegnarvi a servire Dio ed essere sempre felici”.

La seconda trappola è far loro sperare in una lunga vita, pensando che potranno sempre ravvedersi nella vecchiaia, o quando la morte incombe.
“Fate attenzione figli miei, perché molti sono stati ingannati in questo modo. Chi può garantire che raggiungerai mai la vecchiaia? Possiamo fare un patto con la morte per aspettare finché saremo vecchi? La vita e la morte sono nelle mani di Dio ed Egli ne dispone come meglio crede.
Non lasciare che il diavolo ti prenda per il naso”.


Don Giovanni Bosco


domenica 24 marzo 2024

La Devozione di Don Bosco nei confronti di San Giuseppe


Tra i Santi più devoti di San Giuseppe è da annoverare certamente San Giovanni Bosco, che ne diffondeva il culto in tutti i modi.

Narrava il Santo:

Un garzoncello di Torino aveva comprato un po’ di tabacco; il venditore glielo aveva dato avvolto in un pezzetto di carta, in cui era stampata una preghiera a San Giuseppe per ottenere la buona morte.
Il giovane era ignorante di Religione; lesse la preghiera, ma senza comprendere il significato. Tuttavia ne rimase così attratto, che conservò il pezzetto di carta ed ogni giorno recitava quell’orazione.
San Giuseppe gradì l’atto di ossequio e premiò il suo devoto in questo modo: gli suscitò il desiderio d’istruirsi nella Religione, lo dispose alla Confessione ed alla Comunione e gli ottenne dopo qualche tempo una Santa morte. Difatti il garzoncello sul letto di morte parlava di San Giuseppe, lo lodava, ne invocava il nome e lo ringraziava della consolazione che gli dava in quegli estremi momenti.

Don Bosco ricorreva a San Giuseppe con grande fiducia, sicuro della sua protezione.

Si era terminata la costruzione di un edificio a Lanzo e si constatò una minaccia di crollo al lato destro della fabbrica; la sesta colonna del porticato cominciava a cedere.
Don Bosco disse: “San Giuseppe, affido a voi la custodia di questa fabbrica. Faccio voto di mettere nel cortile dell'edificio una colonna, simile a quella pericolante, e sopra vi metterò la vostra statua!”.
San Giuseppe infatti scongiurò ogni pericolo.

Don Bosco diceva ai giovani: “Desidero che vi mettiate tutti sotto la protezione di San Giuseppe; se voi lo pregherete di cuore, vi otterrà qualunque Grazia”.

Ad onore del Patriarca raccomandava preghiere particolari al mercoledì; ordinò che in ogni chiesa o cappella Salesiana ci fosse un suo Altare od almeno un quadro; fece eseguire dal primo pittore torinese, Lorenzoni, un bel quadro del Santo e con la massima solennità lo inaugurò nel Santuario di Maria Ausiliatrice.
Voleva che nei suoi istituti si solennizzassero con entusiasmo le sue feste, facendole precedere da corsi di predicazione, organizzando declamazioni e trattenimenti religiosi.

Il Santo Patriarca ricambiava tale devozione con innumerevoli Grazie, tanto che Don Bosco un giorno disse ai Salesiani: “Si vede che San Giuseppe ci vuol bene. Quante benedizioni ci elargisce! Ho ricevuto Grazie straordinarie; parecchie di queste Grazie sono avvenute nella mia camera, sotto i miei occhi. Quante offerte in denaro per le nostre opere mi fa pervenire San Giuseppe all’avvicinarsi della sua festa! Onoriamo e facciamo onorare questo Santo!”.


Fonte: Libro "San Giuseppe - Mese in suo onore" di Don Giuseppe Tomaselli, anno 1962


domenica 26 febbraio 2023

La ricetta della Santità

Il 24 giugno all’oratorio si faceva festa: era l’onomastico di Don Bosco. Ognuno cercava di manifestargli il suo affetto e Don Bosco ricambiava con cuore grande.
La sera del 23 giugno 1855 disse ai suoi ragazzi: «Domani volete farmi la festa, e io vi ringrazio. Da parte mia, voglio farvi il regalo che più desiderate. Perciò ognuno prenda un biglietto e vi scriva sopra il regalo che desidera. Non sono ricco, ma se non mi chiederete il Palazzo Reale, farò di tutto per accontentarvi».
Quando lesse i biglietti, trovò domande serie e bizzarre. Chi gli chiedeva «cento chili di torrone per averne per tutto l’anno», chi un cucciolo «al posto di quello che ho lasciato a casa».
Sul biglietto di Domenico Savio trovò 5 parole: «Mi aiuti a farmi Santo».

Don Bosco chiamò Domenico e gli disse: «Quando tua mamma fa una torta, usa una ricetta che indica i vari ingredienti da mescolare: lo zucchero, la farina, le uova, il lievito… Anche per farsi Santi ci vuole una ricetta, e io te la voglio regalare. È formata da tre ingredienti che bisogna mescolare insieme.

Primo: Allegria. Ciò che ti turba e ti toglie la pace non piace al Signore. Caccialo via.

Secondo: I tuoi doveri di studio e di preghiera. Attenzione a scuola, impegno nello studio, pregare volentieri quando sei invitato a farlo.

Terzo: Far del bene agli altri. Aiuta i tuoi compagni quando ne hanno bisogno, anche se ti costa un po’ di disturbo e di fatica. La ricetta della Santità è tutta qui».


martedì 31 gennaio 2023

Il giudizio e la bestemmia

Chi mi legge sa che da giovane cooperatore salesiano conobbi alla Basilica del Sacro Cuore di Gesù al Castro Pretorio a Roma (in via Marsala vicino alla Stazione Termini) don Giuseppe Tomaselli.
Quando soggiornava a Roma, presso la casa salesiana, la sera veniva nelle camerette di don Bosco a pregare il Santo Rosario con noi. Una sera diede la buona notte di don Bosco (il pensiero ai giovani prima di andare a cena). La ricordo perché fece una domanda: “Qual è il più grande Comandamento?”
Subito rispondemmo: “Amare Dio e il prossimo come noi stessi”.
Osservò: “Allora, siete bravi e conoscete il Vangelo”.
Poi, continuo con aria un po' furbesca: “E sapete dirmi qual è il più grande peccato contro questo Comandamento?”.
Tutti a pensare e a guardarci disorientati.
Qualcuno disse: “Forse non amare Dio e il prossimo”.
Don Tomaselli ci guardò intensamente e poi riprese: “Sono il giudizio e la bestemmia. Entrambi causano un malessere tremendo. Padre Pio diceva che la bestemmia distrugge perfino la cenere del camino e il giudizio distrugge i rapporti tra le persone”.


di fratel Maria Gioioso
(Una riflessione durante la Novena dell'Immacolata)



sabato 8 maggio 2021

«Ho trovato Dio in un campo da rugby»


E’ la storia, questa che raccontiamo, di un frate minimo, cioè di un religioso appartenente all’ordine fondato da San Francesco di Paola. Ed è una storia di fede, di amore, di preghiera e di sport. Già, anche di sport. Perché fra Giuseppe Laganà – il nome del protagonista -, 26 anni, siciliano, oggi presso il convento dei minimi di Catanzaro, ha come “segno particolare” quello di essere giocatore di rugby.

A soli 20 anni già in convento! Com’è nata la tua vocazione all’interno dell’Ordine dei minimi?

«Sinceramente non avrei mai pensato di finire né in un ordine religioso né in seminario, volevo fare altro. Però come si dice in questi casi “l’uomo propone e Dio dispone”. Iniziai a frequentare la parrocchia principale del mio bel paesino, nella mia bella terra di Sicilia anche se in modo inconsueto o - meglio ancora - anomalo perché cercavo semplicemente un posto al fresco, faceva troppo caldo fuori e lì si avvicinò un giovane di nome Pippo che iniziò a chiedermi chi fossi e che cosa facessi. Ad un certo punto mi chiese se volessi entrare a far parte del gruppo ministranti ed io - senza sapere cosa fosse - accettai. Forse già in quel momento dissi il mio sì che si sarebbe confermato a distanza di anni nella famiglia religiosa dei minimi. Il mio primo contatto con i minimi avvenne tra i banchi di scuola, tramite il mio professore di religione, oggi mio confratello, padre Giuseppe Ceglia, che spesso e volentieri mi assillava con la ferma volontà di mandarmi a studiare a Paola, al collegio, proposta che rifiutai inizialmente. Però in cuor mio la curiosità cresceva sempre più, per questo Santo della Conversione, curiosità che dovevo in qualche modo assecondare, saziare. Col passare del tempo conobbi sempre meglio la figura del santo Francesco di Paola, conobbi meglio i frati, certo in cuor mio ero combattuto (cosa faccio mi chiedevo… ne vale la pena?). Per un periodo questa curiosità scomparve, continuai con la mia vita normalmente, scuola, amici, allenamento, mi fidanzai come ogni ragazzo della mia età. Fin quando il Signore mi bussò alla porta».

Perché questa passione per il rugby? Riesci a conciliare la pratica sportiva con l’impegno pastorale in fraternità ed in parrocchia?

«Questa passione nacque grazie a mio zio Massimo, fratello di mamma. Fu lui a portarmi per la prima volta al campo da Rugby, anche lui ha praticato questo sport. Inizialmente non conoscendo le regole ero abbastanza impacciato poi pian piano contando su un grande allenatore e altri ancora, ho potuto amare sempre più questo sport. Impegnandomi al “mille per mille” senza fermarmi mai, anche quando sembrava tutto andare storto. Oggi da religioso minimo provo a continuare quest’attività sportiva senza però mancare ai miei impegni principali: studio, preghiera, vita comunitaria. Nel mio piccolo provo ad aiutare la mia comunità occupandomi dei giovani».

Tu fai parte del Catanzaro Rugby, una squadra che milita in Serie C. Come vivi in campo il tuo essere religioso? In che modo gli altri giocatori si rapportano con te quando vengono a sapere che sei un frate?

«Con i miei compagni di squadra ho instaurato un ottimo rapporto. All’inizio nascosi la mia identità religiosa per evitare condizionamenti o diffidenze, ne parlai solo con il Presidente e l’allenatore che ringrazio per la sua vicinanza e disponibilità, per giustificare la mia assenza ai match in trasferta. Il capitano fu informato a sua volta e i miei compagni non credevano che io fossi frate. Poi un giorno me lo chiesero personalmente e fu l’inizio di una lunga storia di amicizia e rispetto. I miei compagni si rapportano con me in maniera fraterna e calorosa. Evitano anche durante i match e non solo, di cadere nelle tentazioni linguistiche che potrebbero offendere la mia appartenenza all’Ordine ma soprattutto per la loro stessa dignità di persona e di cristiani. Infatti molti di loro hanno avuto, in molte parti del loro carattere, notevoli cambiamenti, ma sicuramente non per merito mio».

Quale dialogo, secondo te, tra sport e fede? Può lo sport essere strumento di formazione e di educazione alla fede per le giovani generazioni?

«Assolutamente sì. Lo sport è anche un’esperienza educativa oltre che uno strumento aggregativo. Mi viene in mente Don Bosco quando, intuendo la forza comunicativa del gioco, percepì che il gioco stesso oltre ad essere un elemento equilibrante e quindi necessario, sviluppasse aspetti importanti della formazione totale del ragazzo. Lo sport è capace di rappresentare un segno concreto dell’accoglienza e della vitalità giovanile. Bellissima, a proposito, l’invito di Papa Francesco ai giovani di non dimenticare di essere: il campo della fede, gli atleti di Cristo: “Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, di solidarietà, di amore, di pace, di fraternità. Giocate in attacco, sempre!».

Il 23 novembre Papa Francesco ha canonizzato in Piazza San Pietro il Beato Nicola Saggio da Longobardi, il primo santo minimo dopo il fondatore San Francesco di Paola. E’ per tutti i minimi una grande occasione gioia. Come vi siete preparati all’evento?

«Ovviamente ci siamo preparati con spirito di preghiera e devozione verso questo nostro confratello Santo. Un esempio per tutti noi di carità e vicinanza ai più poveri e più bisognosi. Abbiamo costituito, per l’occasione, un gruppo di coordinamento finalizzato a formare i calabresi sulle virtù di questo figlio di Calabria, chiedendo la collaborazione di molti, tra cui frati, secolari e laici, creando vari settori. Tutto il 2015 sarà concentrato sulla figura di San Nicola, tra catechesi sia nelle nostre comunità che in altre realtà e per tutti che lo richiederanno, oserei definirlo un anno di grazia per l’Ordine e per le chiese di Calabria, per la terra di Calabria, terra, si dice, che è martoriata dalla delinquenza a dalla malavita organizzata, offrendo quasi solo questo come biglietto da visita. Quando abbiamo la possibilità di far emergere il lato migliore di questa terra eccoci tutti pronti e più uniti che mai».

di Luigi Mariano Guzzo

8 dicembre 2014

FONTE: http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/sport-sport-sport-fede-faith-fe-37951/



Bella testimonianza, bell'“intreeccio” tra Fede e sport. E non c'è da stupirsi al riguardo..... Dio è dappertutto e può essere portato dovunque, in qualsiasi luogo e situazione, campi da rugby compresi.
Buona fortuna e tanta Grazia per tutto, caro fra Giuseppe Laganà!

Marco