domenica 22 agosto 2021

Lorenzina Guidetti, da un secolo Figlia di S. Paolo



E' bello per me, sulle pagine di questo blog, parlare di anime Consacrate, di persone che donano tutta la propria vita a Dio e al prossimo, nell'Amore, nel lavoro, nella preghiera, nella donazione di sè, nella dedizione e nel nascondimento. Sono anime di cui, nella maggior parte dei casi, non si sa nulla o quasi, vivendo quasi sempre nel nascondimento della propria Vocazione, ma che fanno tanto, tanto del Bene, un Bene spesso nascosto ai più, ma preziosissimo, un Bene del cui vero valore ci potremo veramente rendere conto solamente in Cielo. E certamente queste anime, portatrici di Amore e "parafulmini" per il mondo intero, risplenderanno luminosissime in Cielo come astri brillanti.

Una di queste anime consacrate è Lorenzina Guidetti, all'anagrafe Olga Guidetta, 96 anni, dal 1931 facente parte delle Figlie di S. Paolo, ordine monastico fondato dal Beato Giacomo Alberione.
Consiglio vivamente di guardare questo video, molto bello, intenso, nel quale Lorenzina si racconta, parla di sè, della sua Vocazione, nata prestissimo, e del suo incessante lavoro svolto tra le Figlie di S. Paolo fino ai giorni nostri. Un lavoro che passa anche attraverso la fondazione del settimanale femminile "Così", voluto sempre dal fondatore Giacomo Alberione e dalla co-fondatrice dell'Ordine, Tecla Merlo, una rivista moderna e innovativa che dal 1955 al 1966 si rivolgeva al grande pubblico femminile con argomenti molto attuali come la moda, la formazione, l'attualità e la cultura Cristiana.
La vita di Lorenzina prosegue poi in Missione per il mondo, prima in Asia, attraverso l'India, le Filippine, il Giappone, la Corea, la Malesia, e poi negli Stati Uniti a Boston, quindi come Superiora in Inghilterra e in Australia, prima di far ritorno nuovamente in Italia.

Oggi Lorenzina, vicina ai 100 anni, è ancora una suora presente e vivace, che si occupa sopratutto delle sue consorelle anziane e malate, e passa molto del suo tempo nella preghiera, nella lettura e meditazione delle Sacre Scritture e un pò di corrispondenza.  E come lei stessa dice orgogliosamente alla fine di questo video:
Sono ancora una Figlia di S. Paolo!.
Felice di esserla stata, per 85 anni, e di esserla tutt'ora. 
 
Grazie suor Lorenzina.
 
Marco

mercoledì 4 agosto 2021

Le suore che salvano gemelli e disabili dalla morte


Nell’ex colonia portoghese con capitale Bissau c’è la diffusa consuetudine, dettata dalla superstizione, di abbandonare il primo nato di due gemelli e anche i bimbi disabili, spesso lasciati morire nella foresta. È in tale contesto che agiscono le Suore Benedettine della Divina Provvidenza e le Missionarie dell’Immacolata, la cui opera è fondamentale per custodire queste vite indifese.

Se venire al mondo in Guinea-Bissau non è facile, lo è anche di meno per i nati da parto gemellare. Nell’ex colonia portoghese, infatti, continua a essere presente la consuetudine di abbandonare il primo nato di due gemelli, spesso lasciandolo morire nelle aree paludose della foresta o sulle rive del fiume.

Non a caso, da una ricerca realizzata dall’Odense University Hospital sull’andamento demografico nella capitale del Paese africano nel periodo tra il 2009 e il 2011, è emerso come i gemelli avessero una mortalità perinatale molto elevata, tre volte superiore a quella dei singoli. Una situazione legata alla sopravvivenza di credenze ancestrali che identificano questa categoria come portatrice di pericoli e sventure. Alla luce di queste rappresentazioni culturali dure a scomparire, queste esistenze vengono lette come un’incognita nel rapporto tra l’umano e il divino, da "risolvere" con l’alienazione o l’eliminazione fisica.

L’usanza continua a essere praticata nelle società Balanta e Mansoanca, dove questi bambini vengono spesso considerati posseduti da spiriti maligni, gli “iran”. La stessa sorte è riservata ai nati con disabilità, anch’essi ritenuti posseduti e per questo abbandonati nella foresta, dove vanno incontro a morti orribili; o sbranati dagli animali o uccisi nel corso di cerimonie rituali. In questi casi, le madri, per l’ostracismo della comunità in cui vivono, sono condotte a consegnare i propri figli nelle mani degli stregoni del villaggio.

Ci sono storie, però, di donne più forti delle superstizioni che, con coraggio, sono riuscite a salvare i loro pargoli da questa fine atroce: è il caso di Nita che riuscì, attraversando un fiume in canoa da sola, a portare in salvo la sua bambina nata senza una gamba e con una mano malformata, affidandola alle cure di una suora in missione. Oggi la piccola, arrivata in Sicilia con l’aiuto dell’associazione “Amici della Missione” di Acireale, ha 11 anni e grazie alle cure del Centro ortopedico Ro.Ga. di Enna ha imparato a camminare e persino a ballare.

Vicende come quest’ultima aiutano a comprendere l’importanza dell’azione missionaria della Chiesa, impegnata a difendere, per citare le parole che San Giovanni Paolo II ebbe a pronunciare nel 1990 proprio a Bissau, “l’inviolabile dignità della persona umana, in modo che tutti siano portati a riscoprirla alla luce del Vangelo”. È quello che fanno le Suore Benedettine della Divina Provvidenza che, nella città di Catió, si occupano di accudire nel Centro nutrizionale della missione i piccoli abbandonati, perché gemelli o disabili, o aiutano nell’allattamento e nell’istruzione quelle madri che hanno scelto, invece, di tenerli e crescerli nonostante i pregiudizi. Quest’attività viene affiancata da corsi di formazione rivolti alle donne dei villaggi vicini, con lezioni anche sulla disabilità e sulla gemellarità per sfatare le credenze popolari che sono all’origine della pratica degli infanticidi.

Un’altra realtà importante che agisce a difesa della vita in un Paese dove ignoranza diffusa, estrema povertà e instabilità politica rendono non poco complicata quest’opera, è rappresentata da Casa Bambaran a Bissau. Si tratta di una struttura gestita dalle Missionarie dell’Immacolata dove trovano accoglienza quei bambini strappati a una morte sicura perché disabili o gemelli nati per primi. Il centro, situato nella periferia della capitale, prende il nome dal tessuto che le donne africane utilizzano tradizionalmente per avvolgere i neonati. Qui i bambini abbandonati nelle strade e nelle foreste hanno la possibilità di iniziare un percorso scolastico e vengono aiutati, grazie a una sviluppata rete di contatti con le parrocchie, a trovare famiglie disposte a prenderli in affido.

La presenza della Chiesa cattolica costituisce in molti casi, come abbiamo visto per la storia di Nita e della sua piccola nata con una malformazione, l’unica opportunità di sopravvivenza per questi piccoli non accettati dalle comunità d’appartenenza per la loro "diversità".

Un argine contro quella cultura dello scarto che in questo caso specifico continua a fare vittime a causa della persistenza di credenze ancestrali, ma che negli ultimi decenni si vorrebbe ulteriormente rivitalizzare in Africa attraverso quella che Francesco chiama “colonizzazione ideologica” e che passa mediante la promozione di pratiche contro la vita come, ad esempio, l’aborto selettivo.


di Nico Spuntoni

4 agosto 2019

FONTE: La nuova Bussola Quotidiana


E' tristissimo vedere come nel 21° Secolo, debbano esistere in certe parti del mondo culture e credenze così macabre che portano alla morte un gran numero di piccole creature innocenti. Ma, grazie al Cielo, esistono anche i missionari, queste anime "belle" che si occupano di salvare questi bambini da questi assurdi infanticidi, causa di una mentalità retrograda e nefasta.
Non si potrà mai ringraziare abbastanza l'opera dei missionari nel mondo, uomini e donne che dedicano tutta la loro vita a favore dei più poveri, degli indifesi, degli anziani, dei malati, dei bambini.... per Amore loro e a Gloria di Dio. Da parte mia, posso solamente dire, con tanta gratitudine e riconoscenza, il mio più sentito "Grazie".

Marco

giovedì 15 luglio 2021

Roberto Mancini: «Credo nelle apparizioni di Medjugorje, un posto che mi ha fatto crescere»

«Sono sempre stato religioso: sono cresciuto in parrocchia, anche calcisticamente, credo in Gesù e nella Madonna. Sono nato il 27 novembre, il giorno della Vergine della Medaglia Miracolosa. La fede? Ti aiuta nei momenti di difficoltà, anche a maturare», aveva detto appena un anno fa Roberto Mancini alla Gazzetta dello Sport. Che lo schivo ct degli azzurri fosse credente era risaputo. E si conosceva anche il fatto che Medjugorje esercita un certo richiamo su di lui. Ma a tanti era sfuggito il legame particolare che l’allenatore coltiva de tempo con la Vergine Maria e con i sei veggenti ai quali sarebbe apparsa nella piccola e aspra cittadina della Bosnia Erzegovina per la prima volta il 24 giugno 1981, esattamente 40 anni fa. A dire il vero, la storia l’aveva già raccontata con dovizia di particolari Paolo Brosio nel libro La Madonna scende in campo in cui racconta lo slancio di tanti sportivi per Medjugorje e i suoi fenomeni celesti. Ma a riportare alla grande attenzione questo lato poco conosciuto del “Mancio” è stata l’intervista introspettiva e a tratti emozionanti rilasciata dall’allenatore a Pierluigi Diaco, nella prima puntata del nuovo programma, Ti sento, trasmessa lo scorso 19 gennaio su Rai, in seconda serata.

Il vissuto di Roberto è emerso in modo coinvolgente, legato a suoni, immagini, suggestioni varie, riabbracciando nel percorso gli esordi calcistici, la famiglia, gli affetti, la fede. A un certo punto, Diaco gli ha chiesto: «Tu credi nelle apparizioni della Madonna a Medjugorje?». E lui, con gli occhi luccicanti d’emozione, ma senza incertezza alcuna nella voce: «Io credo. Sì io ci credo. Sono andato diverse volte, ho parlato con Vicka (Ivankovic, ndr), con gli altri veggenti...». «È vero che lei ti è apparsa in sogno, prima che tu la incontrassi? E questo sogno come la rappresentava?», gli ha domandato ancora il conduttore. E Mancini: «Mi aveva parlato di Medjugorje tanti anni fa il nostro parroco di Genova, il padre spirituale della Sampdoria. Lui andava nel periodo in cui era impossibile quasi andare, quindi stiamo parlando degli anni '80, '82-'83, era quando c'erano problemi. Io non l'avevo mai vista, cioè non l'avevo mai conosciuta, eppure prima di andare mi è apparsa in sogno, non ho proprio la minima idea del perché o del significato di tutto questo. Non lo so, è stata una cosa veramente stranissima. Poi sono andato e gliel'ho anche detto. Ci siamo parlati diverse volte, capisco che ci possano essere persone che non credono in questo, e penso che il loro pensiero vada rispettato. La mia è una posizione diversa. Sono per la libertà di pensiero assoluta. La fede mi ha aiutato nei momenti un po' più difficili della mia vita. Mi aiuta anche adesso... Quando vado a Messa passo un'ora migliore probabilmente delle altre volte. Ci sono stati momenti di difficoltà e mi ha aiutato».

L’esternazione ha fatto il giro del mondo come quando Mancini, l'ex tecnico di Inter e Manchester City, il 25 marzo 2012, casualmente giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione andò per la prima volta a Medjugorje. Un mese prima Brosio gli aveva spedito un pacco con dei rosari benedetti dalla Regina della Pace venerata a Medjugorje. Nell’involucro c’erano anche delle pietre raccolte nel punto in cui ci sarebbero state altre apparizioni della Vergine al veggente Ivan Dragicevic. Il giorno dopo Mancini telefonò a Brosio e gli confiò del sogno, al quale ha accennato di recente a Diaco: «Ero in una stanza con un po' di gente e c'era con me la veggente Vicka che, a un certo punto, mi ha sorriso fissandomi negli occhi, tanto che, a un tratto, mi sono girato per vedere se stesse guardando un altro. Ma, di colpo, Vicka si è mossa e si è diretta verso di me, tanto che, a quel punto, non ho più avuto alcun dubbio. Mi è venuta incontro, si è avvicinata, mi ha fissato ancora guardandomi dritto negli occhi. Poi mi ha dato un bacio sulla fronte. Ho avvertito proprio la sensazione del contatto fisico di una persona che, però, non avevo mai visto né conosciuto in vita»

E così 9 anni fa ecco Mancini volare a Mostar e da lì raggiungere Medjugorje per la sua prima visita. Con l'allora allenatore del City viaggiano la moglie Federica e la figlia Camilla. Mancini incontra la veggente Vicka: «Come siamo entrati in casa Vicka ci ha accolti abbracciandoci e salutandoci con un affetto particolare. Ha parlato con Camilla e Federica e poi ci siamo messi in un angolo e le ho spiegato nei dettagli la sensazione che ho avuto quando ho ricevuto il suo bacio in questo sogno che sembrava reale. Vicka mi guardava con attenzione e sorrideva come se sapesse già tutto e mi ha detto: "È la Madonna che fa tutto, noi apriamo il nostro cuore e Lei ci dice cosa fare”. Poi ha cominciato a pregare su di noi, incessantemente e con grande intensità».
La cosa soprendente è che in quel frangente i Citizen di Manchester la sua squadra era dietro di otto punti dalla storica rivale lo United allenato da Ferguson e mancavano sei giornate. Dopo il viaggio a Medjugorje è iniziata un’imprevedibile rimonta, culminata con il sorpasso all’ultima giornata e la vittoria della Premier League, il 13 maggio 2012, festa della Madonna di Fatima. Per Brosio è certo segno dell’aiuto della Vergine. Mancini ha ripetuto più volte: «La fede mi ha aiutato molto nella vita, non nel lavoro, perché credo che il Signore e la Madonna abbiano cose ben più importanti da risolvere. Però, sono convinto che chi prega con fede riceve un aiuto». José Duque, dirigente portoghese del City, nato vicino a Fatima, comunque notò la coincidenza della data della sfida decisiva e gli fece intendere che «la Madonna ci avrebbe aiutato. Sono convinto che chi prega è aiutato da Dio».

Nell’intervista con Diaco, Mancini ha ricordato la sua maestra delle elementari «Si chiamava Anna Maria Bevilacqua. Io ero un po' vivace quando ero piccolo e quindi a scuola qualche volta creavo qualche problema, durante le lezioni... Ero poco attento o magari non studiavo molto, la maestra parlò con mia mamma e mio papà: “La mattina prima di venire in classe, anziché il latte, dategli la camomilla...” E quindi per un po' mi diedero la camomilla la mattina. Questa maestra mi voleva veramente bene, era molto affezionata». Alla domanda «Che cos'è che ti commuove?», Mancini ha risposto: «Mi commuovono i bambini o pensare che un bambino possa perdere i genitori da piccolo. Questa è una cosa che mi commuove molto perché penso che non sia giusto. Penso che non sia giusto che un bambino non possa crescere con i propri genitori». Roberto aveva spiegato già a Brosio «Dio è sempre stato nella mia vita. Perché sono nato e cresciuto nella mia parrocchia. Andavo a Messa tutte le domeniche e facevo il chierichetto, fin quando a 14 anni non sono andato a giocare al Bologna. E quindi mi ero poi allontanato e oggi ho anche capito il perché. Questo luogo ha qualcosa di particolare, parla al tuo animo. Se tutti ci comportassimo come le persone che vivono e operano a Medjugorje tutto andrebbe in modo diverso. Molti dicono che non hanno tempo per pregare, lo facevo anche io, ma bisogna fare come ci dice la Madonna: iniziare poco alla volta ed essere costanti, perché poi ci si rende conto che non se ne può più fare a meno. Dalla curiosità che mi portò per la prima volta a Medjugorje sono passato a una frequentazione più consapevole. Ho conosciuto e parlato con persone che mi hanno insegnato qualcosa. Anche il confronto con il dolore ti fa crescere. È un po' che non vado, ma ci tornerò presto».

La parrocchia d’infanzia cui accenna sempre il Mancio è quella di San Sebastiano a Jesi. Nel 2014 quando si è spento quasi novantenne don Roberto Vigo, il sacerdote che l’ha retta per oltre mezzo secolo, Mancini si è precipitato ai funerali, ricordando come, proprio nel campetto adiacente alla chiesa anche lui, che abitava proprio di fronte, mosse i primi passi e prese a calci un pallone come tutti i giovani del quartiere. Con lo stesso trasporto e spirito grato ha partecipato di recente a una messa in suffragio per Boskov, il mitico allenatore dei blucerchiati, officiata da don Mario Galli, quell’ex cappellano della Samp, che, per primo, gli parlò della Regina della Pace e delle mariofanie di Medjugorje.


di Tancredi Peschi

7 luglio 2021

FONTE: Famiglia Cristiana

lunedì 12 luglio 2021

La porta del Paradiso è qui nella nostra spa


Benedetto centro benessere. A Siracusa ci si rigenera dalle Orsoline

«Curando il fisico aiutiamo gli ospiti a intraprendere un percorso interiore», dice la direttrice di Domus Mariae

Se il Paradiso può attendere è perché in terra ci sono posti come questo. La casa per ferie Domus Mariae Benessere sorge sul lungomare dell’Ortigia, nel cuore antico di Siracusa, a due passi da quanto di meraviglioso c’è da vedere in città. Già per il panorama che si gode dalla terrazza l’hotel vale una visita.
Ma c’è di più, perché questo non è un semplice albergo, né la solita spa dove trascorrere qualche ora lontano dalla frenesia. «Qui ci prendiamo cura delle persone dal punto di vista sia fisico sia spirituale», spiega suor Rosamaria Falco. Barese di origine, un diploma all’istituto alberghiero e una laurea in Economia prima di prendere i voti, è stata lei, nel 1995, a trasformare in hotel quella che era una scuola gestita dalle Orsoline all’interno di un ex convento del 1300. Nel 2008, poi, la struttura è stata ampliata con il centro benessere. «L’edificio andava ristrutturato, non avevamo i soldi per farlo. Così ci siamo adattate alla vocazione turistica dell’Ortigia», spiega. «Senza dimenticare la nostra missione: promuovere la dignità umana e aiutare gli altri a trovare il Signore. Lo facciamo coccolando gli ospiti, mettendoli nelle condizioni di intraprendere un percorso interiore».
Suor Rosamaria non ha dubbi: «Il benessere fisico aiuta a pregare», assicura. Non per niente lei stessa comincia la giornata con impacchi di aceto e una doccia corroborante: getti alternati di acqua calda e fredda. E cura molto l’alimentazione, seguendo una dieta light a base di alimenti sani e nutrienti. Funziona? Sembrerebbe proprio di sì. La religiosa è un vulcano, gestisce tutto con precisione svizzera. La aiutano le consorelle Orsoline suor Lucia e suor Carmela e un piccolo, efficientissimo esercito laico di receptionist, cuochi, camerieri, operatori fisiatrici ed estetisti. Sono questi ultimi, in particolare, a seguire il cliente nel centro benessere. «A usufruire dei trattamenti sono sia gli ospiti dell’hotel sia clienti esterni, che vengono apposta per un percorso benessere, una seduta di kinesioterapia (ginnastica riabilitativa in acqua) o trattamenti più specifici come l’aerosol e l’idrocolonterapia (la pulizia dell’intestino, fatta con un macchinario apposito)», spiega suor Rosamaria. «Il bello è che chi prenota il classico percorso da un’ora e mezza ha il centro a sua completa disposizione», aggiunge Francesca Noè, uno degli “angeli” della spa. L’ideale per coppie, famiglie e piccoli gruppi di amici, «ma anche per evitare la promiscuità, perché in fondo siamo pur sempre delle suore».
Ci sono delle regole da rispettare, insomma. Niente nudità come nelle saune nordiche, o comportamenti sconvenienti. Ma nessuno si è mai lamentato. «Chi viene da noi lo fa consapevolmente. Molti partecipano alla Messa nella cappella interna o nell’adiacente chiesa di San Filippo Neri, alcuni chiedono l’appoggio del nostro padre spirituale. Tanti, quando se ne vanno, ringraziano il Signore per averci ispirate a portare avanti questo progetto», racconta la direttrice. «Noi, dal canto nostro, non imponiamo nulla, ma agiamo “in punta di piedi”. In ogni camera facciamo trovare il Vangelo, un libretto di preghiere e un calendario con massime religiose, ma gli ospiti non sono obbligati a farne uso».
Tutti, però, che siano cattolici praticanti o meno, si trovano al centro di attenzioni speciali: sempre accolti con un sorriso e una parola gentile, trattati non come numeri ma come persone. «Noi, sorelle e membri dello staff, ci consideriamo una famiglia, e gli ospiti lo percepiscono. Qui si sentono subito a casa, in un’atmosfera rilassante e amichevole».
In più di un’occasione a suor Rosamaria è capitato di ascoltare le storie dei suoi clienti, di prestare loro un orecchio comprensivo. Più come un’amica o una confidente che come la responsabile di una struttura ricettiva. «E’ un aneddoto che racconto spesso: avevamo aperto da poco quando un giorno arrivò una coppia di giovanissimi. Capii subito che non erano sposati, che la loro era la classica “fuitina”. Chiesero una camera, io dissi loro di no, ma non li mandai via. Alla fine la ragazza mi confessò che era lì di nascosto: sua madre non vedeva di buon occhio la relazione perché lui non era diplomato. Per farla breve, mi interessai della faccenda, diedi loro una mano a chiarirsi con i genitori… Oggi sono sposati e lei ancora mi ringrazia».
Tra un messaggio e una cromoterapia, qualche fortunato trova anche una risposta ai suoi dubbi, una soluzione ai problemi. Non tutti, sia chiaro: l’illuminazione non è compresa nel prezzo. Ma un attimo di pace, quello sì. E il sorriso sereno di chi lavora ogni giorno per il piacere di dare gioia agli altri.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 34
30 agosto 2016


E' veramente una bellissima (e originale) idea quella di creare un centro che si occupa sia di benessere fisico che spirituale. Una rigenerazione a "tutto tondo" potremmo dire, ma sempre e comunque senza imposizioni di alcun tipo. E con molto piacere riporto questo articolo sulle pagine di questo blog. Bravissimi tutti!

Marco

lunedì 28 giugno 2021

Suor Angel, tra Fede e Medicina

PALERMOAngel Kalela Bipendu Nama. Chi è mai costei? Ce lo chiediamo, parafrasando il nostro caro Alessandro Manzoni. Il nome evoca un’origine africana: e in effetti Angel è una suora cattolica, della congregazione Discepole del Redentore, arrivata in Sicilia dalla Repubblica Democratica del Congo sedici anni fa, con tanta voglia di rendersi utile al prossimo.

E quale mezzo migliore della professione medica per aiutare gli altri? Ma studiare medicina non è facile. A sostenerla e incoraggiarla, allora, anche il professore Giovanni Ruvolo, direttore dell’unità di cardiochirurgia dell’università Tor Vergata di Roma, cardiochirurgo siciliano che da anni, insieme ai volontari dellassociazione "A cuore aperto", si spende in Africa per fornire cure e attrezzature mediche alle popolazioni bisognose. Così la voglia di studiare di suor Angel trova sostegno e supporto: la suora è destinataria di una borsa di studio che le consente di iscriversi alla Facoltà di Medicina all’Università di Palermo. E il 30 marzo 2015 arriva il giorno tanto atteso: a 41 anni viene proclamata dottoressa in Medicina e Chirurgia, con la tesi di laurea su "Valvolopatia associata a valvola aortica biscuspide"; relatore proprio il professor Ruvolo.

Da medico, dal 2016 al 2018, suor Angel comincia a prestare servizio su una nave della Guardia costiera italiana impegnata nel Mar Mediterraneo nel salvataggio di immigrati a rischio naufragio. Ho curato ipotermie, ustioni. Ma ho anche assistito donne partorire” , dice ricordando l’emergenza che l’ha vista in prima linea come medico volontario del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Trasferitasi poi a Bergamo, dove ha cominciato a lavorare come guardia medica, eccola in questi giorni a prestare il suo aiuto contro il Covid-19, visitando i malati rimasti a casa: “Vedo tristezza, angoscia, paura. Sono tutti in quarantena, separati dai familiari. Io mi presento sempre: dico loro che, oltre ad essere un medico, sono una suora. Cerco di dare una parola di conforto, un segno di speranza. Qui in Italia parecchi malati hanno paura che non torneranno alla vita di prima. Ma io ripeto a tutti: la vita riprenderà”.

Profetiche allora le parole pronunciate dal professor Ruvolo e dalla moglie, dottoressa Margherita La Rocca (anche lei impegnata a fianco al marito in iniziative socio-sanitarie ed umanitarie a sostegno delle popolazioni africane), proprio il giorno della laurea di suor Angel: “Fiduciosi che la vocazione religiosa saprà integrarsi e diventare una cosa sola con la vocazione verso il prossimo, che il mestiere del medico dovrebbe avere come prerequisito e presupposto, vogliamo augurare a Suor Angel una lunga carriera, certi che saprà essere un eccellente medico e un grande esempio di umanità e professionalità”.

Ora quell’auspicio si è avverato. Grazie, suor Angel. A nome di tutti gli italiani.


di Maria D'Asaro

19 aprile 2020

FONTE: Il Punto Quotidiano

mercoledì 23 giugno 2021

Fibromialgia, la vicinanza della Chiesa

di Michela Altoviti

Si riuniranno questa mattina, in piazza San Pietro per la preghiera del Regina Coeli le delegazioni delle diverse associazioni e dei gruppi di autoaiuto che a livello nazionale operano a favore dei malati di fibromialgia, in vista della Giornata mondiale dedicata a questa patologia, che ricorre il 12 maggio. Istituita nel 1990, nel giorno dell’anniversario della nascita di Florence Nightingale, l’infermiera fondatrice della Croce Rossa che durante la guerra di Crimea non rinunciò a lottare per i diritti dei malati anche quando contrasse una malattia infettiva i cui sintomi sono compatibili con gli attuali criteri diagnostici della fibromialgia, «questa Giornata esiste da tanti anni, ma quest’anno per la prima volta come Chiesa di Roma – spiega don Carlo Abbate, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale sanitaria – la viviamo avendo istituito una nuova area di attenzione dedicata proprio ai malati reumatici, per esprimere vera vicinanza a questo mondo silente e sofferente». In Italia sono circa 5 milioni le persone affette da malattie reumatiche; di queste, secondo i dati della Società italiana di reumatologia, oltre 2 milioni e mezzo – prevalentemente donne – sono interessate da fibromialgia ma «purtroppo nel nostro Paese ancora non è stata riconosciuta quale malattia cronica e invalidante, anche se rende scarsa la qualità della vita delle persone che ne soffrono, stravolgendola», spiega Edith Aldama, referente della nuova area dedicata alle malattie reumatiche dall’Ufficio diocesano. L’infermiera e malata fibromialgica evidenzia in particolare «la difficoltà di noi pazienti reumatici di essere riconosciuti perché spesso ci viene detto che la nostra patologia, altamente invalidante, non esiste ed è solo nella nostra mente», laddove i sintomi della fibromialgia non sono visibili «perché la caratteristica principale è il dolore muscolo scheletrico diffuso, continuo, permanente, che ci accompagna giorno e notte, associato anche a disturbi del sonno, stanchezza cronica, cefalea, vertigini e colon irritabile, ma senza segni clinici evidenti dalle analisi di laboratorio o dagli esami strumentali». Ecco allora «l’importanza di essere vicini a queste persone, facendo sentire loro l’abbraccio della Chiesa – continua Aldama – e di rendere visibile questa patologia, per la quale, a oggi, non sono stati riconosciuti i livelli essenziali di assistenza». Vanno in questa direzione l’incontro di domani sera, intitolato “Vorrei esistere. Fibromialgia: i malati invisibili”, organizzato dall’Ufficio diocesano nella parrocchia di San Giulio, e «le attività di sensibilizzazione che la Pastorale sanitaria intende promuovere con il Tavolo interreligioso di Roma», anticipa Aldama. Ancora, lo spazio dedicato alla patologia, proprio in occasione della Giornata mondiale, all’interno del XXII Convegno nazionale della Cei per la pastorale della salute, dal titolo “Gustare la vita, curare le relazioni”, che si sta svolgendo on-line dal 3 maggio, per concludersi il 13. «Grazie alla sensibilità del direttore dell’Ufficio nazionale don Massimo Angelelli, che ha portato all’inserimento della fibromialgia nel calendario 2021 delle Giornate mondiali della Chiesa, dell’Onu e dell’Oms – spiega ancora la referente diocesana -, daremo voce a tutti i malati fibromialgici, per non farli sentire più soli».

9 maggio 2021

FONTE: Roma Sette

martedì 15 giugno 2021

Il Cerchio della Gioia


Un giorno, non molto tempo fa, un contadino si presentò alla porta di un convento e bussò energicamente. Quando il frate portinaio aprì la porta di quercia, il contadino gli mostrò, sorridendo, un magnifico grappolo d'uva.
"Frate Portinaio", disse il contadino, "sai a chi voglio regalare questo grappolo d'uva che è il più bello della mia vigna?".
"Forse all'abate o a qualche padre del convento".
"No, a te!".
"A me?". Il frate portinaio arrossì tutto per la gioia. "Lo vuoi dare proprio a me?".
"Certo, perchè mi hai sempre trattato con amicizia e mi hai aiutato quando te lo chiedevo. Voglio che questo grappolo d'uva ti dia un po' di gioia". La gioia semplice e schietta che vedeva sul volto del frate portinaio illuminava anche lui.
Il frate portinaio mise il grappolo d'uva bene in vista e lo rimirò per tutta la mattina. Era veramente un grappolo stupendo. Ad un certo punto gli venne un'idea: "Perchè non porto questo grappolo all'abate per dare un po' di gioia anche a lui?".
Prese il grappolo e lo portò all'abate.
L'abate ne fu sinceramente felice. Ma si ricordò che c'era nel convento un vecchio frate ammalato e pensò: "Porterò a lui il grappolo, così si solleverà un poco". Così il grappolo d'uva emigrò di nuovo. Ma non rimase a lungo nella cella del frate ammalato. Costui pensò, infatti che il grappolo avrebbe fatto la gioia del frate cuoco, che passava le giornate a sudare sui fornelli, e glielo mandò. Ma il frate cuoco lo diede al frate sacrestano (per dare un po' di gioia anche a lui), questi lo portò al frate più giovane del convento, che lo portò ad un altro, che pensò bene di darlo ad un altro. Finchè, di frate in frate, il grappolo d'uva tornò al frate portinaio (per portargli un po' di gioia).
Così fu chiuso il cerchio. Un cerchio di gioia.

Non aspettare che inizi qualche altro. Tocca a te, oggi, cominciare un cerchio di gioia. Spesso basta una scintilla piccola piccola per far esplodere una carica enorme. Basta una scintilla di bontà e il mondo comincerà a cambiare. L'amore è l'unico tesoro che si moltiplica per divisione: è l'unico dono che aumenta quanto più ne sottrai. E' l'unica impresa nella quale più si spende, più si guadagna; regalalo, buttalo via, spargilo ai quattro venti, vuotati le tasche, scuoti il cesto, capovolgi il bicchiere e domani ne avrai più di prima.

Autore: Bruno Ferrero - Libro: Quaranta Storie nel Deserto



Penso che nella sua semplicità questo racconto insegni una lezione molto importante: cioè come condividere qualcosa a cui teniamo, con altre persone, non ci sottragga nulla, ma anzi, ci tornerà indietro moltiplicato in Bene e in Gioia. E questo Bene e questa Gioia non saranno solo per noi, ma per tutte quelle persone che avremo beneficato. Un grande insegnamento e una grande verità!

Marco