domenica 26 settembre 2021

Padre Renato Chiera, il padre dei meninos


Cosa fareste voi se un ragazzo, un minorenne, venisse a dirvi: «Sono nella lista di quelli da ammazzare. Aiutami».
Questo racconto nasce così, con un grido di aiuto di un ragazzino a un prete, e questo che pensa a cosa fare.
Troppo facile pensare che siccome la richiesta di aiuto viene fatta a un religioso, questa debba per forza essere raccolta ed esaudita.
Non parliamo di una disponibilità verso una persona ma di una vera e propria chiamata verso una missione nuova da parte del sacerdote.
Il prete è don Renato Chiera, l'angelo custode dei meninos di Rio de Janeiro.
I meninos sono dei bambini di strada che, prevalentemente orfani o abbandonati a se stessi, vivono nelle favelas dedicandosi all'accattonaggio e alla criminalità.
Sono bambini che non hanno futuro e che maturano, nell'arco della loro vita, un grande odio nei confronti della società che li ha, secondo loro, rifiutati.
Don Renato, un prete piemontese che più o meno da quarant'anni vive in Brasile dove ogni giorno della sua vita lavora per portare la grandezza della misericordia e della fratellanza tra i giovani della periferia di Rio e in molte altre periferie ancora, accoglie questo grido di aiuto e lo trasforma in una vera e propria chiamata della Provvidenza.
Già all'età di otto anni il suo interesse per ogni forma di emarginazione era molto forte e da grande – diceva – avrebbe seguito l'esempio di Don Bosco; insomma, la sua era una missione venuta da lontano sulle ali della fede che sempre ha accompagnato la sua vita.
Figlio di contadini piemontesi, decide di dedicarsi allo studio e trova nella facoltà di Filosofia il luogo dove meglio comprendere l'uomo in una dimensione metafisica.
Dopo la laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, padre Renato viene inviato come sacerdote diocesano nella periferia di Rio de Janeiro.
«Era una periferia» racconta «dove regnava solo violenza, non avevo mai visto dei morti per strada prima di allora».
Una violenza efferata, gratuita, quella che incontra il sacerdote per le strade di Rio. «Per due volte in pochi giorni mentre andavo in chiesa per dire Messa vidi la morte buttata all'angolo dei marciapiedi, e allora capì che l'inferno era quello».
L'inferno a portata di mano e la Provvidenza che aveva scelto per lui.


Che fare in mezzo a una simile desolazione?
Quale atteggiamento adottare per fare capire che una vita diversa è possibile? Quella violenza è diventata un fatto culturale profondo molto difficile da smantellare anche perché la figura di don Renato non era riconosciuta da molti.
Già il riconoscimento di un ruolo poteva in qualche modo aiutare e sostenere un lungo lavoro di ricostruzione di quelle anime che si erano perdute; per essere riconosciuti bisognava però fare una cosa, mettersi in gioco in prima persona.
Così padre Renato racconta: «Misi un altoparlante sulla mia macchina e andai in giro dicendo che ero un prete cattolico ed ero pronto a prendermi cura di loro, dei meninos».
Un atto di meravigliosa follia, cercando di caricarsi sulle spalle ogni problema di quei ragazzini.
Il primo a chiedere il suo aiuto fu un menino che rubava e si drogava perché era solo.
Che futuro poteva avere quel ragazzo abbandonato dalla famiglia e senza alcun progetto per il suo futuro? Lo volevano ammazzare e don Renato lo prese con sé.
Da quando lo aveva accolto era cambiato, ed era diventato, per lui, come un figlio.
Era l'esempio, quel menino, di come si potevano salvare delle vite di bambini dalle bruttezze della vita.
Poi una sera padre Renato tornò a casa e lo trovò morto. Gli squadroni della morte gli avevano sparato e quello fu solo l'inizio.
Sembrava che tutto potesse funzionare, invece la criminalità non si ferma mai; come una macchina del male genera morte e dolore.
Gli squadroni della morte non perdonano mai.
In un mese uccisero trentasei ragazzi della parrocchia, padre Renato venne minacciato di morte, il suo vescovo fu sequestrato. Si ritrovò solo in una parrocchia di centocinquantamila abitanti.
Un giorno poi arrivò quel grido d'aiuto che gli indicò la strada da percorrere: «Sono nella lista di coloro che vogliono uccidere. Aiutami». Fu allora che padre Renato sentì forte il grido di Cristo che chiedeva di non abbandonare i suoi bambini. Ebbe qualche timore, poi ripensò alle parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», e così iniziò la sua avventura per salvare la vita ai bambini di Rio. Don Renato in poco tempo si ritrova a dare rifugio e nutrimento a tanti ragazzi minorenni disagiati e persi, che oramai hanno trovato in lui e nelle sue preghiere un grande e sicuro rifugio. All'inizio ospita i ragazzi nel suo furgoncino, poi nel garage, ma il numero aumenta a vista d'occhio, così anche grazie all'aiuto di alcuni benefattori riesce a costruire una vera casa, La Casa do Menor. Un'opera che ha circa quarant'anni di storia e che può contare su un'equipe di centocinquanta operatori.
«Per noi nessuno è irrecuperabile» dice padre Renato, «Tutti sono figli di Dio, tutti devono poter essere amati e ascoltati, incoraggiati e motivati. Tutti loro hanno il diritto e il dovere di sognare».
Recuperare una dimensione di dignità umana facendo comprendere come un futuro decoroso, ordinato e pulito sia possibile.
Quella dignità che non hanno mai potuto conoscere perché nati per strada, senza una dimora, senza nessuno che li amasse e si prendesse cura di loro; in fondo ognuno di noi, l'unica realtà che conosce, almeno da bambino, è quella dove cresce e dove vive in un processo di emulazione che poi è in grado di generare, in un sistema perverso, la cultura del male.
Quel primo ragazzino ucciso dalle squadre della morte in realtà sta vivendo in ogni menino salvato e portato sulla giusta via. Con il suo operato, assieme a quello dei volontari, si è riusciti a dare lavoro a quasi cinquantamila adolescenti e giovani. Padre Renato Chiera è riuscito a sopperire alla carenza di assistenza medico-ospedaliera e a fornire appoggio alle famiglie povere. Oggi ad aiutarlo ci sono tanti ex ragazzi di strada che trovano un senso alla loro esistenza aiutando i loro amici a uscire dal buio di una vita senza speranza.
Don Renato è anche uno dei pochi ad addormentarsi nel mondo invisibile di Cracolandia, la terra di nessuno, dove i tossici giacciono a terra con gli occhi nel vuoto.
Un'altra piaga del Brasile, di Rio de Janeiro, dove chiunque può fare uso di crack e disintegrarsi il cervello.
Anche lì arriva la missione di Don Renato. «Sono entrato in questa realtà tirato per i capelli da Dio. Non potevo essere altrove». Così racconta facendo comprendere come per lui seguire la voce di Gesù sia ascoltare il grido degli ultimi, dei dimenticati.
Soltanto stando accanto a chi vive disperato padre Renato riesce a incontrare lo sguardo di Gesù crocefisso.


di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"



La storia di Padre Renato Chiera e la sua meravigliosa Vocazione a favore dei bambini poveri e bisognosi del Brasile, è una delle cose più belle che abbia mai conosciuto in vita mia, e nel mio piccolo sono fiero di poterla raccontare sulle pagine di questo blog. Non voglio dire niente altro in aggiunta al bellissimo ed esauriente racconto di Giovanni Terzi che ho riportato sopra, tranne che rimandare tutti coloro che ne volessero sapere di più al sito internet della Casa do Menor, dove si può approfondire la missione di questa meravigliosa e articolata opera di Carità e, per chi lo volesse, contribuire col proprio "obolo", la propria opera e la propria preghiera, alla sua crescita e prosperità. Il tutto per il bene di migliaia, anzi di milioni di bambini sudamericani che chiedono soltanto di poter avere un futuro lontano dal male, ed essere così avviati ad una vita onesta, buona e laboriosa, secondo i più alti Valori Morali e Cristiani.

Marco

domenica 19 settembre 2021

Don Francesco Cristofaro, la disabilità come forza


«Posso affermare che il bullismo esisteva già 37 anni fa. “Mamma, perchè cammina così?” Era questa la frase che da piccolino mi rendeva più triste. Quante volte l'ho sentita dalla bocca di bimbi che vedendomi camminare si rivolgevano alle loro mamme per chiedere, capire, scoprire, e poi mi guardavano e sghignazzavano o tante volte mi prendevano in giro tra di loro. E mi mettevo davanti allo specchio per vedermi camminare. Provavo un senso di disagio. Un bimbo bellissimo nel volto, nelle guance paffutelle, negli occhi scuri e nei capelli riccioli ma brutto nelle gambe, storte fragili, che spesso non si reggevano in piedi. E mi sentivo sempre più diverso da loro. E mi facevano sentire diverso da loro quando mi dicevano: “Tu non puoi venire con noi perchè poi cadi e ti fai male...”. Tutto questo mi faceva piangere e soffrire e pregavo, pregavo tanto per guarire. La Madonnina però non mi ascoltava e i santi erano sordi con me. Pensavo di essere cattivo e di non meritare nulla, perchè come può un bambino non essere ascoltato?»
Così racconta oggi don Francesco Cristofaro, nato il 10 novembre del 1979 settimino con una paresi spastica alle gambe. Ci sono voluti anni per comprendere cosa in concreto significasse quella parola. Solo una cosa Francesco aveva capito, e cioè che fino ai primi tre anni di vita non camminava. Ed era sempre tra le braccia della mamma o del papà, della nonna materna o di qualche zia.
«Ricordo le mie lacrime nascoste» racconta. «Ricordo le lacrime e la sofferenza dei miei genitori. Non si sono mai risparmiati in nulla per non farmi mancare niente. Ma, in mezzo a tanto girovagare, nulla di nuovo, nulla di più. Il problema c'era, il problema rimaneva, come per tanti anni rimase in me il desiderio e la preghiera per una vita normale, come tutti gli altri bambini che in una giornata di sole qualunque uscivano di casa per una partita a pallone o un giro in bicicletta. La prima volta che salii su una bicicletta per fare un semplicissimo giro, persi l'equilibrio e caddi facendomi una lunga strada tutta in discesa. Roba, per dirla in termini televisivi moderni, da Paperissima, e a queste scene ero abituato».

Francesco desiderava una vita senza pietismo, senza sentirsi dire: «Poverino!».
«Desideravo che non ci fossero differenze e questo mio desiderio è stato forte per tanto tempo».
All'età di diciott'anni, Francesco decise di fare un passo importante, un intervento chirurgico alle gambe per allungare i tendini di Achille.
Fu in quel momento che Francesco decise, sentendo la fede, di entrare in seminario.
Guarire era impossibile: nonostante la rieducazione lunga e faticosa nulla accadde di miracoloso, almeno dal punto di vista fisico.
Al contrario crebbe in Francesco la consapevolezza che al Signore serviva così, e i grandi sforzi del padre, umile carpentiere, della madre, casalinga, e di tutta la famiglia servirono ad alimentare la Fede.
Così Francesco diventa don Francesco Cristofaro, incontra il Movimento Apostolico che gli fa scoprire un Vangelo nuovo dove non si sente più invalido ma «valido», oltre che strumento di bene, di vita.
Don Francesco vede tutto in modo differente: «C'è un “altro”, Gesù, che sempre stravolge il modo di fare del mondo. Lui mi ha fatto sentire presente in questo mondo. Non più periferia, non più scarto, ma centro del mondo, bene prezioso. So che tanti, anzi troppi vivono ciò che io ho vissuto, il mio stesso “dramma”. Ci sono, purtroppo, luoghi nel mondo o nel cuore dell'uomo dove il disabile non è persona, non è uomo. E' un numero, un oggetto “posato” lì che non serve a niente e a nessuno, è un morto vivente, allora, in casi estremi senti anche parlare di eutanasia, come se si facesse un favore alla persona per non farla soffrire. Non posso, non possiamo e non dobbiamo lasciar passare questo messaggio contro l'uomo, contro la persona, contro la bellezza e la dignità umana, creata a immagine e secondo la somiglianza di Dio. E leggete un po' in che modo Gesù mi è venuto incontro nel mio cammino. La mia famiglia non frequentava la Chiesa, i Sacramenti. Io mi sono avvicinato alla parrocchia per il catechismo in preparazione alla Prima Comunione e da quel momento non ho più abbandonato la Chiesa. Il più delle volte, il percorso da casa mia alla chiesa lo facevo a piedi, quasi due chilometri, perchè forse i miei non avevano tempo per accompagnarmi. Vengo attratto dalla bellezza delle parole di Gesù nel Vangelo. In parrocchia incontro la realtà del Movimento Apostolico, che fin dal 1979 opera per il ricordo e l'annuncio del Vangelo al mondo che lo ha dimenticato o non lo conosce affatto. Le parole di Gesù, goccia dopo goccia, seme dopo seme, caddero nel mio cuore come olio profumato e balsamo di guarigione e la mia vita iniziò a cambiare, cambiando pensieri, parole, azioni. Il male dell'uomo è sempre accovacciato nei suoi pensieri. E' questa l'opera di seduzione del maligno, governare, possedere i pensieri dell'uomo. Io, infatti, mi ero rinchiuso nella fortezza dei miei pensieri, ero fermo al vangelo mio personale, quello del vittimismo, del piangermi addosso, del “non servo a nessuno”. Non è così! Gesù, pian piano, è entrato sempre di più nel mio cuore fino a invaderlo, fino a non lasciare più posto per la tristezza ma solo per la gioia, per un amore grande per la vita e anche i pensieri, a poco a poco, hanno preso un'altra forma, pensieri di gioia, di letizia, di lebertà, di amore, di perdono e misericordia».
E da quel momento don Francesco non chiede più la guarigione fisica, non sogna più la notte di alzarsi e camminare come tutti gli altri; chiede invece di amare la vita e sorridere, sorridere sempre e oggi sorridendo racconta a tutti: «La vita è straordinariamente bella. Non importa chi tu sei e come sei; importa cosa puoi diventare e cosa puoi fare. Ho dato la mia bocca a Gesù perchè possa continuare a parlare, consolare, confortare, correggere. Ho dato le mie mani a Gesù perchè possa continuare a tenderle verso l'uomo per afferrarlo e salvarlo».
Una testimonianza straordinaria che così si conclude: «Oggi sono un sacerdote felice e sereno, certo con successi e fallimenti, con virtù e purtroppo con vizi, ma pieno di vitalità ed energia, che lotta e si impegna per annunciare il Vangelo, parroco attualmente di una parrocchia di periferia, con solo quattrocento anime, pochissimi bambini e tanti anziani. Non ci facciamo mancare nulla, però. Abbiamo le attività di catechesi per bambini e adulti, le attività di oratorio, i musical, le visite agli anziani e ammalati, la Caritas parrocchiale. Allo stesso tempo, mi sento parroco del mondo. Infatti, mi piace utilizzare al meglio tutti i mezzi di comunicazione moderni. Ogni giorno ricevo diverse centinaia di richieste di preghiere o di consigli spirituali sui vari social. Vado in giro per le case di riposo e lì dove ci sono i disabili per portare l'abbraccio tenero e amorevole del Signore. Non posso fermarmi. Sono stato fermo per tanto tempo. Ora io devo andare lì dove c'è bisogno di fede, di speranza, di amore, di un sorriso. Ho dato i miei piedi a Gesù per andare, e lì dove non posso camminare, Lui mi mette le ali e io volo. Ho dato il mio cuore a Gesù e ora vedo ogni cosa e ogni fratello, dall'alto della croce. Oggi benedico la mia disabilità perchè la mia debolezza è diventata la forza più grande».


di Giovanni Terzi

FONTE: Libro "Eroi quotidiani"

domenica 22 agosto 2021

Lorenzina Guidetti, da un secolo Figlia di S. Paolo



E' bello per me, sulle pagine di questo blog, parlare di anime Consacrate, di persone che donano tutta la propria vita a Dio e al prossimo, nell'Amore, nel lavoro, nella preghiera, nella donazione di sè, nella dedizione e nel nascondimento. Sono anime di cui, nella maggior parte dei casi, non si sa nulla o quasi, vivendo quasi sempre nel nascondimento della propria Vocazione, ma che fanno tanto, tanto del Bene, un Bene spesso nascosto ai più, ma preziosissimo, un Bene del cui vero valore ci potremo veramente rendere conto solamente in Cielo. E certamente queste anime, portatrici di Amore e "parafulmini" per il mondo intero, risplenderanno luminosissime in Cielo come astri brillanti.

Una di queste anime consacrate è Lorenzina Guidetti, all'anagrafe Olga Guidetta, 96 anni, dal 1931 facente parte delle Figlie di S. Paolo, ordine monastico fondato dal Beato Giacomo Alberione.
Consiglio vivamente di guardare questo video, molto bello, intenso, nel quale Lorenzina si racconta, parla di sè, della sua Vocazione, nata prestissimo, e del suo incessante lavoro svolto tra le Figlie di S. Paolo fino ai giorni nostri. Un lavoro che passa anche attraverso la fondazione del settimanale femminile "Così", voluto sempre dal fondatore Giacomo Alberione e dalla co-fondatrice dell'Ordine, Tecla Merlo, una rivista moderna e innovativa che dal 1955 al 1966 si rivolgeva al grande pubblico femminile con argomenti molto attuali come la moda, la formazione, l'attualità e la cultura Cristiana.
La vita di Lorenzina prosegue poi in Missione per il mondo, prima in Asia, attraverso l'India, le Filippine, il Giappone, la Corea, la Malesia, e poi negli Stati Uniti a Boston, quindi come Superiora in Inghilterra e in Australia, prima di far ritorno nuovamente in Italia.

Oggi Lorenzina, vicina ai 100 anni, è ancora una suora presente e vivace, che si occupa sopratutto delle sue consorelle anziane e malate, e passa molto del suo tempo nella preghiera, nella lettura e meditazione delle Sacre Scritture e un pò di corrispondenza.  E come lei stessa dice orgogliosamente alla fine di questo video:
Sono ancora una Figlia di S. Paolo!.
Felice di esserla stata, per 85 anni, e di esserla tutt'ora. 
 
Grazie suor Lorenzina.
 
Marco

mercoledì 4 agosto 2021

Le suore che salvano gemelli e disabili dalla morte


Nell’ex colonia portoghese con capitale Bissau c’è la diffusa consuetudine, dettata dalla superstizione, di abbandonare il primo nato di due gemelli e anche i bimbi disabili, spesso lasciati morire nella foresta. È in tale contesto che agiscono le Suore Benedettine della Divina Provvidenza e le Missionarie dell’Immacolata, la cui opera è fondamentale per custodire queste vite indifese.

Se venire al mondo in Guinea-Bissau non è facile, lo è anche di meno per i nati da parto gemellare. Nell’ex colonia portoghese, infatti, continua a essere presente la consuetudine di abbandonare il primo nato di due gemelli, spesso lasciandolo morire nelle aree paludose della foresta o sulle rive del fiume.

Non a caso, da una ricerca realizzata dall’Odense University Hospital sull’andamento demografico nella capitale del Paese africano nel periodo tra il 2009 e il 2011, è emerso come i gemelli avessero una mortalità perinatale molto elevata, tre volte superiore a quella dei singoli. Una situazione legata alla sopravvivenza di credenze ancestrali che identificano questa categoria come portatrice di pericoli e sventure. Alla luce di queste rappresentazioni culturali dure a scomparire, queste esistenze vengono lette come un’incognita nel rapporto tra l’umano e il divino, da "risolvere" con l’alienazione o l’eliminazione fisica.

L’usanza continua a essere praticata nelle società Balanta e Mansoanca, dove questi bambini vengono spesso considerati posseduti da spiriti maligni, gli “iran”. La stessa sorte è riservata ai nati con disabilità, anch’essi ritenuti posseduti e per questo abbandonati nella foresta, dove vanno incontro a morti orribili; o sbranati dagli animali o uccisi nel corso di cerimonie rituali. In questi casi, le madri, per l’ostracismo della comunità in cui vivono, sono condotte a consegnare i propri figli nelle mani degli stregoni del villaggio.

Ci sono storie, però, di donne più forti delle superstizioni che, con coraggio, sono riuscite a salvare i loro pargoli da questa fine atroce: è il caso di Nita che riuscì, attraversando un fiume in canoa da sola, a portare in salvo la sua bambina nata senza una gamba e con una mano malformata, affidandola alle cure di una suora in missione. Oggi la piccola, arrivata in Sicilia con l’aiuto dell’associazione “Amici della Missione” di Acireale, ha 11 anni e grazie alle cure del Centro ortopedico Ro.Ga. di Enna ha imparato a camminare e persino a ballare.

Vicende come quest’ultima aiutano a comprendere l’importanza dell’azione missionaria della Chiesa, impegnata a difendere, per citare le parole che San Giovanni Paolo II ebbe a pronunciare nel 1990 proprio a Bissau, “l’inviolabile dignità della persona umana, in modo che tutti siano portati a riscoprirla alla luce del Vangelo”. È quello che fanno le Suore Benedettine della Divina Provvidenza che, nella città di Catió, si occupano di accudire nel Centro nutrizionale della missione i piccoli abbandonati, perché gemelli o disabili, o aiutano nell’allattamento e nell’istruzione quelle madri che hanno scelto, invece, di tenerli e crescerli nonostante i pregiudizi. Quest’attività viene affiancata da corsi di formazione rivolti alle donne dei villaggi vicini, con lezioni anche sulla disabilità e sulla gemellarità per sfatare le credenze popolari che sono all’origine della pratica degli infanticidi.

Un’altra realtà importante che agisce a difesa della vita in un Paese dove ignoranza diffusa, estrema povertà e instabilità politica rendono non poco complicata quest’opera, è rappresentata da Casa Bambaran a Bissau. Si tratta di una struttura gestita dalle Missionarie dell’Immacolata dove trovano accoglienza quei bambini strappati a una morte sicura perché disabili o gemelli nati per primi. Il centro, situato nella periferia della capitale, prende il nome dal tessuto che le donne africane utilizzano tradizionalmente per avvolgere i neonati. Qui i bambini abbandonati nelle strade e nelle foreste hanno la possibilità di iniziare un percorso scolastico e vengono aiutati, grazie a una sviluppata rete di contatti con le parrocchie, a trovare famiglie disposte a prenderli in affido.

La presenza della Chiesa cattolica costituisce in molti casi, come abbiamo visto per la storia di Nita e della sua piccola nata con una malformazione, l’unica opportunità di sopravvivenza per questi piccoli non accettati dalle comunità d’appartenenza per la loro "diversità".

Un argine contro quella cultura dello scarto che in questo caso specifico continua a fare vittime a causa della persistenza di credenze ancestrali, ma che negli ultimi decenni si vorrebbe ulteriormente rivitalizzare in Africa attraverso quella che Francesco chiama “colonizzazione ideologica” e che passa mediante la promozione di pratiche contro la vita come, ad esempio, l’aborto selettivo.


di Nico Spuntoni

4 agosto 2019

FONTE: La nuova Bussola Quotidiana


E' tristissimo vedere come nel 21° Secolo, debbano esistere in certe parti del mondo culture e credenze così macabre che portano alla morte un gran numero di piccole creature innocenti. Ma, grazie al Cielo, esistono anche i missionari, queste anime "belle" che si occupano di salvare questi bambini da questi assurdi infanticidi, causa di una mentalità retrograda e nefasta.
Non si potrà mai ringraziare abbastanza l'opera dei missionari nel mondo, uomini e donne che dedicano tutta la loro vita a favore dei più poveri, degli indifesi, degli anziani, dei malati, dei bambini.... per Amore loro e a Gloria di Dio. Da parte mia, posso solamente dire, con tanta gratitudine e riconoscenza, il mio più sentito "Grazie".

Marco

giovedì 15 luglio 2021

Roberto Mancini: «Credo nelle apparizioni di Medjugorje, un posto che mi ha fatto crescere»

«Sono sempre stato religioso: sono cresciuto in parrocchia, anche calcisticamente, credo in Gesù e nella Madonna. Sono nato il 27 novembre, il giorno della Vergine della Medaglia Miracolosa. La fede? Ti aiuta nei momenti di difficoltà, anche a maturare», aveva detto appena un anno fa Roberto Mancini alla Gazzetta dello Sport. Che lo schivo ct degli azzurri fosse credente era risaputo. E si conosceva anche il fatto che Medjugorje esercita un certo richiamo su di lui. Ma a tanti era sfuggito il legame particolare che l’allenatore coltiva de tempo con la Vergine Maria e con i sei veggenti ai quali sarebbe apparsa nella piccola e aspra cittadina della Bosnia Erzegovina per la prima volta il 24 giugno 1981, esattamente 40 anni fa. A dire il vero, la storia l’aveva già raccontata con dovizia di particolari Paolo Brosio nel libro La Madonna scende in campo in cui racconta lo slancio di tanti sportivi per Medjugorje e i suoi fenomeni celesti. Ma a riportare alla grande attenzione questo lato poco conosciuto del “Mancio” è stata l’intervista introspettiva e a tratti emozionanti rilasciata dall’allenatore a Pierluigi Diaco, nella prima puntata del nuovo programma, Ti sento, trasmessa lo scorso 19 gennaio su Rai, in seconda serata.

Il vissuto di Roberto è emerso in modo coinvolgente, legato a suoni, immagini, suggestioni varie, riabbracciando nel percorso gli esordi calcistici, la famiglia, gli affetti, la fede. A un certo punto, Diaco gli ha chiesto: «Tu credi nelle apparizioni della Madonna a Medjugorje?». E lui, con gli occhi luccicanti d’emozione, ma senza incertezza alcuna nella voce: «Io credo. Sì io ci credo. Sono andato diverse volte, ho parlato con Vicka (Ivankovic, ndr), con gli altri veggenti...». «È vero che lei ti è apparsa in sogno, prima che tu la incontrassi? E questo sogno come la rappresentava?», gli ha domandato ancora il conduttore. E Mancini: «Mi aveva parlato di Medjugorje tanti anni fa il nostro parroco di Genova, il padre spirituale della Sampdoria. Lui andava nel periodo in cui era impossibile quasi andare, quindi stiamo parlando degli anni '80, '82-'83, era quando c'erano problemi. Io non l'avevo mai vista, cioè non l'avevo mai conosciuta, eppure prima di andare mi è apparsa in sogno, non ho proprio la minima idea del perché o del significato di tutto questo. Non lo so, è stata una cosa veramente stranissima. Poi sono andato e gliel'ho anche detto. Ci siamo parlati diverse volte, capisco che ci possano essere persone che non credono in questo, e penso che il loro pensiero vada rispettato. La mia è una posizione diversa. Sono per la libertà di pensiero assoluta. La fede mi ha aiutato nei momenti un po' più difficili della mia vita. Mi aiuta anche adesso... Quando vado a Messa passo un'ora migliore probabilmente delle altre volte. Ci sono stati momenti di difficoltà e mi ha aiutato».

L’esternazione ha fatto il giro del mondo come quando Mancini, l'ex tecnico di Inter e Manchester City, il 25 marzo 2012, casualmente giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione andò per la prima volta a Medjugorje. Un mese prima Brosio gli aveva spedito un pacco con dei rosari benedetti dalla Regina della Pace venerata a Medjugorje. Nell’involucro c’erano anche delle pietre raccolte nel punto in cui ci sarebbero state altre apparizioni della Vergine al veggente Ivan Dragicevic. Il giorno dopo Mancini telefonò a Brosio e gli confiò del sogno, al quale ha accennato di recente a Diaco: «Ero in una stanza con un po' di gente e c'era con me la veggente Vicka che, a un certo punto, mi ha sorriso fissandomi negli occhi, tanto che, a un tratto, mi sono girato per vedere se stesse guardando un altro. Ma, di colpo, Vicka si è mossa e si è diretta verso di me, tanto che, a quel punto, non ho più avuto alcun dubbio. Mi è venuta incontro, si è avvicinata, mi ha fissato ancora guardandomi dritto negli occhi. Poi mi ha dato un bacio sulla fronte. Ho avvertito proprio la sensazione del contatto fisico di una persona che, però, non avevo mai visto né conosciuto in vita»

E così 9 anni fa ecco Mancini volare a Mostar e da lì raggiungere Medjugorje per la sua prima visita. Con l'allora allenatore del City viaggiano la moglie Federica e la figlia Camilla. Mancini incontra la veggente Vicka: «Come siamo entrati in casa Vicka ci ha accolti abbracciandoci e salutandoci con un affetto particolare. Ha parlato con Camilla e Federica e poi ci siamo messi in un angolo e le ho spiegato nei dettagli la sensazione che ho avuto quando ho ricevuto il suo bacio in questo sogno che sembrava reale. Vicka mi guardava con attenzione e sorrideva come se sapesse già tutto e mi ha detto: "È la Madonna che fa tutto, noi apriamo il nostro cuore e Lei ci dice cosa fare”. Poi ha cominciato a pregare su di noi, incessantemente e con grande intensità».
La cosa soprendente è che in quel frangente i Citizen di Manchester la sua squadra era dietro di otto punti dalla storica rivale lo United allenato da Ferguson e mancavano sei giornate. Dopo il viaggio a Medjugorje è iniziata un’imprevedibile rimonta, culminata con il sorpasso all’ultima giornata e la vittoria della Premier League, il 13 maggio 2012, festa della Madonna di Fatima. Per Brosio è certo segno dell’aiuto della Vergine. Mancini ha ripetuto più volte: «La fede mi ha aiutato molto nella vita, non nel lavoro, perché credo che il Signore e la Madonna abbiano cose ben più importanti da risolvere. Però, sono convinto che chi prega con fede riceve un aiuto». José Duque, dirigente portoghese del City, nato vicino a Fatima, comunque notò la coincidenza della data della sfida decisiva e gli fece intendere che «la Madonna ci avrebbe aiutato. Sono convinto che chi prega è aiutato da Dio».

Nell’intervista con Diaco, Mancini ha ricordato la sua maestra delle elementari «Si chiamava Anna Maria Bevilacqua. Io ero un po' vivace quando ero piccolo e quindi a scuola qualche volta creavo qualche problema, durante le lezioni... Ero poco attento o magari non studiavo molto, la maestra parlò con mia mamma e mio papà: “La mattina prima di venire in classe, anziché il latte, dategli la camomilla...” E quindi per un po' mi diedero la camomilla la mattina. Questa maestra mi voleva veramente bene, era molto affezionata». Alla domanda «Che cos'è che ti commuove?», Mancini ha risposto: «Mi commuovono i bambini o pensare che un bambino possa perdere i genitori da piccolo. Questa è una cosa che mi commuove molto perché penso che non sia giusto. Penso che non sia giusto che un bambino non possa crescere con i propri genitori». Roberto aveva spiegato già a Brosio «Dio è sempre stato nella mia vita. Perché sono nato e cresciuto nella mia parrocchia. Andavo a Messa tutte le domeniche e facevo il chierichetto, fin quando a 14 anni non sono andato a giocare al Bologna. E quindi mi ero poi allontanato e oggi ho anche capito il perché. Questo luogo ha qualcosa di particolare, parla al tuo animo. Se tutti ci comportassimo come le persone che vivono e operano a Medjugorje tutto andrebbe in modo diverso. Molti dicono che non hanno tempo per pregare, lo facevo anche io, ma bisogna fare come ci dice la Madonna: iniziare poco alla volta ed essere costanti, perché poi ci si rende conto che non se ne può più fare a meno. Dalla curiosità che mi portò per la prima volta a Medjugorje sono passato a una frequentazione più consapevole. Ho conosciuto e parlato con persone che mi hanno insegnato qualcosa. Anche il confronto con il dolore ti fa crescere. È un po' che non vado, ma ci tornerò presto».

La parrocchia d’infanzia cui accenna sempre il Mancio è quella di San Sebastiano a Jesi. Nel 2014 quando si è spento quasi novantenne don Roberto Vigo, il sacerdote che l’ha retta per oltre mezzo secolo, Mancini si è precipitato ai funerali, ricordando come, proprio nel campetto adiacente alla chiesa anche lui, che abitava proprio di fronte, mosse i primi passi e prese a calci un pallone come tutti i giovani del quartiere. Con lo stesso trasporto e spirito grato ha partecipato di recente a una messa in suffragio per Boskov, il mitico allenatore dei blucerchiati, officiata da don Mario Galli, quell’ex cappellano della Samp, che, per primo, gli parlò della Regina della Pace e delle mariofanie di Medjugorje.


di Tancredi Peschi

7 luglio 2021

FONTE: Famiglia Cristiana

lunedì 12 luglio 2021

La porta del Paradiso è qui nella nostra spa


Benedetto centro benessere. A Siracusa ci si rigenera dalle Orsoline

«Curando il fisico aiutiamo gli ospiti a intraprendere un percorso interiore», dice la direttrice di Domus Mariae

Se il Paradiso può attendere è perché in terra ci sono posti come questo. La casa per ferie Domus Mariae Benessere sorge sul lungomare dell’Ortigia, nel cuore antico di Siracusa, a due passi da quanto di meraviglioso c’è da vedere in città. Già per il panorama che si gode dalla terrazza l’hotel vale una visita.
Ma c’è di più, perché questo non è un semplice albergo, né la solita spa dove trascorrere qualche ora lontano dalla frenesia. «Qui ci prendiamo cura delle persone dal punto di vista sia fisico sia spirituale», spiega suor Rosamaria Falco. Barese di origine, un diploma all’istituto alberghiero e una laurea in Economia prima di prendere i voti, è stata lei, nel 1995, a trasformare in hotel quella che era una scuola gestita dalle Orsoline all’interno di un ex convento del 1300. Nel 2008, poi, la struttura è stata ampliata con il centro benessere. «L’edificio andava ristrutturato, non avevamo i soldi per farlo. Così ci siamo adattate alla vocazione turistica dell’Ortigia», spiega. «Senza dimenticare la nostra missione: promuovere la dignità umana e aiutare gli altri a trovare il Signore. Lo facciamo coccolando gli ospiti, mettendoli nelle condizioni di intraprendere un percorso interiore».
Suor Rosamaria non ha dubbi: «Il benessere fisico aiuta a pregare», assicura. Non per niente lei stessa comincia la giornata con impacchi di aceto e una doccia corroborante: getti alternati di acqua calda e fredda. E cura molto l’alimentazione, seguendo una dieta light a base di alimenti sani e nutrienti. Funziona? Sembrerebbe proprio di sì. La religiosa è un vulcano, gestisce tutto con precisione svizzera. La aiutano le consorelle Orsoline suor Lucia e suor Carmela e un piccolo, efficientissimo esercito laico di receptionist, cuochi, camerieri, operatori fisiatrici ed estetisti. Sono questi ultimi, in particolare, a seguire il cliente nel centro benessere. «A usufruire dei trattamenti sono sia gli ospiti dell’hotel sia clienti esterni, che vengono apposta per un percorso benessere, una seduta di kinesioterapia (ginnastica riabilitativa in acqua) o trattamenti più specifici come l’aerosol e l’idrocolonterapia (la pulizia dell’intestino, fatta con un macchinario apposito)», spiega suor Rosamaria. «Il bello è che chi prenota il classico percorso da un’ora e mezza ha il centro a sua completa disposizione», aggiunge Francesca Noè, uno degli “angeli” della spa. L’ideale per coppie, famiglie e piccoli gruppi di amici, «ma anche per evitare la promiscuità, perché in fondo siamo pur sempre delle suore».
Ci sono delle regole da rispettare, insomma. Niente nudità come nelle saune nordiche, o comportamenti sconvenienti. Ma nessuno si è mai lamentato. «Chi viene da noi lo fa consapevolmente. Molti partecipano alla Messa nella cappella interna o nell’adiacente chiesa di San Filippo Neri, alcuni chiedono l’appoggio del nostro padre spirituale. Tanti, quando se ne vanno, ringraziano il Signore per averci ispirate a portare avanti questo progetto», racconta la direttrice. «Noi, dal canto nostro, non imponiamo nulla, ma agiamo “in punta di piedi”. In ogni camera facciamo trovare il Vangelo, un libretto di preghiere e un calendario con massime religiose, ma gli ospiti non sono obbligati a farne uso».
Tutti, però, che siano cattolici praticanti o meno, si trovano al centro di attenzioni speciali: sempre accolti con un sorriso e una parola gentile, trattati non come numeri ma come persone. «Noi, sorelle e membri dello staff, ci consideriamo una famiglia, e gli ospiti lo percepiscono. Qui si sentono subito a casa, in un’atmosfera rilassante e amichevole».
In più di un’occasione a suor Rosamaria è capitato di ascoltare le storie dei suoi clienti, di prestare loro un orecchio comprensivo. Più come un’amica o una confidente che come la responsabile di una struttura ricettiva. «E’ un aneddoto che racconto spesso: avevamo aperto da poco quando un giorno arrivò una coppia di giovanissimi. Capii subito che non erano sposati, che la loro era la classica “fuitina”. Chiesero una camera, io dissi loro di no, ma non li mandai via. Alla fine la ragazza mi confessò che era lì di nascosto: sua madre non vedeva di buon occhio la relazione perché lui non era diplomato. Per farla breve, mi interessai della faccenda, diedi loro una mano a chiarirsi con i genitori… Oggi sono sposati e lei ancora mi ringrazia».
Tra un messaggio e una cromoterapia, qualche fortunato trova anche una risposta ai suoi dubbi, una soluzione ai problemi. Non tutti, sia chiaro: l’illuminazione non è compresa nel prezzo. Ma un attimo di pace, quello sì. E il sorriso sereno di chi lavora ogni giorno per il piacere di dare gioia agli altri.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 34
30 agosto 2016


E' veramente una bellissima (e originale) idea quella di creare un centro che si occupa sia di benessere fisico che spirituale. Una rigenerazione a "tutto tondo" potremmo dire, ma sempre e comunque senza imposizioni di alcun tipo. E con molto piacere riporto questo articolo sulle pagine di questo blog. Bravissimi tutti!

Marco

lunedì 28 giugno 2021

Suor Angel, tra Fede e Medicina

PALERMOAngel Kalela Bipendu Nama. Chi è mai costei? Ce lo chiediamo, parafrasando il nostro caro Alessandro Manzoni. Il nome evoca un’origine africana: e in effetti Angel è una suora cattolica, della congregazione Discepole del Redentore, arrivata in Sicilia dalla Repubblica Democratica del Congo sedici anni fa, con tanta voglia di rendersi utile al prossimo.

E quale mezzo migliore della professione medica per aiutare gli altri? Ma studiare medicina non è facile. A sostenerla e incoraggiarla, allora, anche il professore Giovanni Ruvolo, direttore dell’unità di cardiochirurgia dell’università Tor Vergata di Roma, cardiochirurgo siciliano che da anni, insieme ai volontari dellassociazione "A cuore aperto", si spende in Africa per fornire cure e attrezzature mediche alle popolazioni bisognose. Così la voglia di studiare di suor Angel trova sostegno e supporto: la suora è destinataria di una borsa di studio che le consente di iscriversi alla Facoltà di Medicina all’Università di Palermo. E il 30 marzo 2015 arriva il giorno tanto atteso: a 41 anni viene proclamata dottoressa in Medicina e Chirurgia, con la tesi di laurea su "Valvolopatia associata a valvola aortica biscuspide"; relatore proprio il professor Ruvolo.

Da medico, dal 2016 al 2018, suor Angel comincia a prestare servizio su una nave della Guardia costiera italiana impegnata nel Mar Mediterraneo nel salvataggio di immigrati a rischio naufragio. Ho curato ipotermie, ustioni. Ma ho anche assistito donne partorire” , dice ricordando l’emergenza che l’ha vista in prima linea come medico volontario del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Trasferitasi poi a Bergamo, dove ha cominciato a lavorare come guardia medica, eccola in questi giorni a prestare il suo aiuto contro il Covid-19, visitando i malati rimasti a casa: “Vedo tristezza, angoscia, paura. Sono tutti in quarantena, separati dai familiari. Io mi presento sempre: dico loro che, oltre ad essere un medico, sono una suora. Cerco di dare una parola di conforto, un segno di speranza. Qui in Italia parecchi malati hanno paura che non torneranno alla vita di prima. Ma io ripeto a tutti: la vita riprenderà”.

Profetiche allora le parole pronunciate dal professor Ruvolo e dalla moglie, dottoressa Margherita La Rocca (anche lei impegnata a fianco al marito in iniziative socio-sanitarie ed umanitarie a sostegno delle popolazioni africane), proprio il giorno della laurea di suor Angel: “Fiduciosi che la vocazione religiosa saprà integrarsi e diventare una cosa sola con la vocazione verso il prossimo, che il mestiere del medico dovrebbe avere come prerequisito e presupposto, vogliamo augurare a Suor Angel una lunga carriera, certi che saprà essere un eccellente medico e un grande esempio di umanità e professionalità”.

Ora quell’auspicio si è avverato. Grazie, suor Angel. A nome di tutti gli italiani.


di Maria D'Asaro

19 aprile 2020

FONTE: Il Punto Quotidiano