mercoledì 31 marzo 2021

Dalla Polizia di Stato al sacerdozio – La storia di Don Ernesto Piraino

Questa è la storia di un giovane di 37 anni che per 18 lunghi anni era un poliziotto della polizia di Stato, aveva una ragazza e tanti sogni nel cassetto. Poi Gesù eucarestia gli rapisce il cuore e l’11 febbraio scorso, è stato ordinato sacerdote.

Cosa ti ricordi della tua vita da poliziotto?

E’ stata un esperienza meravigliosa in cui il Signore ha fatto passare tanta grazia. Fare il poliziotto non è un mestiere facile ed io l’ho svolto, in territori segnati da fenomeni criminosi importanti come in Sicilia e Reggio Calabria. Tutti questi anni in polizia mi hanno permesso di accumulare un bagaglio esperenziale, ed oggi, grazie a Dio riesco ad utilizzare in un altro settore diverso anche se l’umanità non è cambiata; quella rimane uguale con le sue fragilità e i suoi limiti ma anche con le sue bellezze e i suoi pregi.
Aver conosciuto l’umanità dal punto di vista della giustizia umana, oggi è un punto a mio favore.

Perché avevi scelto di fare il poliziotto?

Perché amavo l’idea di poter servire la mia patria di poter servire la gente che mi circondava indossando una divisa, e pensavo di poterlo fare nel migliore dei modi. Così feci un paio di concorsi nella polizia di stato e nei vigili del fuoco e li vinsi entrambi, ma avendo fatto per prima il concorso in polizia, ebbe la meglio sull’altro.
Il desiderio che si nascondeva dietro questa scelta era di poter essere utile all’altro.
Dobbiamo non sottovalutare anche il fatto che in quegli anni, non era semplice trovare un posto di lavoro che potesse diventare a tempo indeterminato, per cui vincere un concorso per un ragazzo di 19 anni, era un grande traguardo.

Tu eri anche fidanzato, quindi sognavi una famiglia e ti sentivi chiamato al matrimonio?

Assolutamente si, non solo sognavo il matrimonio ma l’avevamo addirittura progettato. Avevo acquistato casa e avevamo già programmato qualcosina per la cerimonia ma evidentemente, avevo fatto i conti senza l’oste.

Quando ti accorgesti che il Signore ti stava chiamando a lasciare tutto e a seguirlo?

Era il 2006 e nella parrocchia dove prestavo servizio di educatore dei giovani nell’azione cattolica, nacque l’Adorazione Eucaristica perpetua. Era la prima Adorazione Eucaristica perpetua della Calabria. Proprio in quell’occasione iniziai a trascorrere del tempo davanti a Gesù, prima iniziai con mezz’ora, poi un’ora e poi diventarono due… insomma era diventata una calamita, dalla quale mi restava difficile staccarmi. L’attrazione era tanta che a volte facevo compagnia a Gesù per tutta la notte. Pian piano Gesù, mi ha fatto comprendere che l’amore che percepivo e sperimentavo con Lui ed insieme a Lui, non era minimamente paragonabile da quello che vivevo dal punto di vista degli affetti umani e delle soddisfazioni professionali. Così ho iniziato a chiedermi se era il caso di iniziare un percorso di discernimento più profondo. E così nel 2011 entro in seminario.

La tua famiglia e la tua ragazza avevano già capito che c’era qualcosa di diverso in te?

La mia famiglia aveva cominciato a sospettare qualcosa, nel momento in cui la mia frequentazione in chiesa era diventata un momento molto importante mentre la mia ragazza dopo due anni di fidanzamento faceva qualche battuta del tipo “Se vuoi farti prete dimmelo chiaro” ma allora, in me non c’era nessuna intenzione di discernimento per diventare sacerdote.

E poi come hanno reagito alla tua decisione vocazionale?

Intorno a me c’è stata un’accoglienza abbastanza serena nell’accettare la mia decisione di entrare in seminario. Non ho avuto ostacoli o impedimenti ma molto affetto e molta preghiera. La mia ragazza ovviamente quando ha compreso che la lasciavo per il Signore, ha gioito perché ha capito che il rivale non era un’altra persona.

Invece i tuoi colleghi che ti hanno detto?

All’inizio hanno fatto qualche battuta affettuosa, però l’accoglienza del dono nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, è stata straordinaria. Mi hanno dimostrato un tale affetto e una tale amicizia da lasciarmi veramente stupito. La Polizia di Stato insieme alla mia famiglia di origine mi hanno accompagnato a ricevere il dono sacerdotale.

Immagino che anche da poliziotto avevi una sensibilità molto sviluppata nei confronti di coloro che avevano intrapreso strade sbagliate come ad esempio uno spacciatore, un tossicodipendente. Se ti capitava di arrestarli, qual era la tua reazione nei loro confronti?

I primi anni di servizio vivevo molto di più la dimensione legata al senso della giustizia umana, mentre negli ultimi anni quando avevo in me chiara l’idea di diventare sacerdote, cercavo di unire il senso della giustizia umana con l’occhio misericordioso di Dio.
Vi racconto un aneddoto: molti anni fa mi ritrovai a fare ordine pubblico, durante una partita di calcio e ad un certo punto dovemmo alleggerire la folla perché i tifosi cominciarono a lanciarci pietre. Oggi uno di quelli che mi tirava le pietre è diventato frate, ed io che ero poliziotto dall’altra parte della barricata, sono diventato sacerdote.

Secondo te cosa si potrebbe fare per migliorare la società e dare un futuro ai giovani?

Potrebbe sembrare banale ma credo che bisognerebbe riscoprire l’amore di Dio che ci ama in una maniera unica. Tutti siamo figli di Dio. Questa scoperta potrebbe dare una svolta decisiva all’andazzo di questa nostra società. E’ una società dove l’amore sta scomparendo sempre più e viene relegato ad un posto minore di quello che dovrebbe realmente ricoprire. Lentamente l’uomo si va raffreddando e sta perdendo i valori realmente importanti della vita. Secondo me comprendere che Lassù c’è un Padre che ci ama, potrebbe contribuire alla felicità di ciascuno anche paradossalmente a quella stabilità, data da un posto di lavoro o dalla famiglia ma se manca l’amore nulla ci può rendere realmente felici.

Cosa vuol dire oggi per te, essere sacerdote?

E’ una gioia difficilmente descrivibile a parole. E’ una sensazione totale di pienezza ed è difficile renderla con un concetto che possa essere comprensibile però, se dovessi riassumerla a parole direi che diventare prete è veramente bello, poter servire il Signore soprattutto e le sue creature. Ogni giorno mi rendo conto di quanto questo dono sacerdotale, sia ben più grande perché l’amore del Signore ci supera abbondantemente.

Che messaggio vuoi dare ai giovani che sono in crisi vocazionale e non sanno quale sia la vocazione che Dio ha scelto per loro?

Direi di lasciare la porta del cuore spalancata, senza avere nessuna paura perché il Signore vuole soltanto la nostra felicità per mezzo della vocazione personale. L’importante è diventare Santi. Si può essere santi sacerdoti e santi genitori ma l’importante è vivere il nostro battesimo e camminare verso la santità, senza paura. Permettiamo a Gesù di entrare e portare il suo annuncio di pace e di salvezza ed una volta fatto questo non si ci volterà più indietro, una volta messi le mani all’aratro si andrà sempre avanti.


di Rita Sberna

12 gennaio 2021

FONTE: Cristiani Today

martedì 23 marzo 2021

Il nostro motto: Ora, Labora, Stampa


«Seguiamo ogni volume dalla A alla Z, dall’impaginazione alla rilegatura», spiega la direttrice, arrivata qui dalla Polonia con una missione: diffondere la Parola di Dio

da Pessano con Bornago (Milano)

Da fuori sembra una villetta come le altre. Dentro, anche. Un lungo corridoio, tante porte. Ma basta aprirne una per trovarsi davanti una suora assorta nel suo lavoro, nascosta da un computer di ultimissima generazione. «Facciamo tutto noi, dalla A alla Z. Dall’impaginazione alla stampa, fino alla legatoria», spiega suor Teresilla, 63 anni che sembrano dieci di meno. E’ lei il boss della Mimep-Docete, piccola casa editrice di Pessano con Bornago, due passi da Milano, specializzata in testi religiosi e didattici, fondata nel 1965 da don Massimo Astrua e don Angelo Albani, e in mano alle sorelle della Beata Vergine Maria di Loreto dal 1980.
«Don Massimo era il padre spirituale della locale casa di accoglienza Don Gnocchi», racconta la religiosa. «L’idea di aprire un’attività editoriale gli venne non solo dal desiderio di diffondere la parola di Dio, ma anche dall’esigenza di trovare lavoro alle ragazze del centro. Don Angelo, il parroco di Pessano, si appassionò al progetto e gli diede una mano. Insieme erano una forza: pieno di creatività il primo, grande amministratore il secondo». Poi, come detto, arrivarono le suore. Un’intera delegazione, direttamente dalla Polonia. Sì, perché suor Teresilla e le sue collaboratrici sono tutte “d’importazione”. «A Cantello, in provincia di Varese, c’era una congregazione di loretane nostre connazionali. A loro si rivolsero i fondatori, in cerca di qualcuno che li aiutasse per la gestione dell’asilo del paese. La superiora rifiutò. Accettò, invece, quando seppe che avrebbero potuto lavorare alla tipografia. E da Varsavia arrivarono le prime sorelle».

Lei, suor Teresilla, è qui dal 1986. «All’inizio non è stato facile, perché ho dovuto imparare la lingua da zero. Ma era la mia missione, non importava dove l’avrei svolta. Mi sono ambientata in fretta: voi italiani siete gente aperta, cordiale». Già in Polonia, prima di trasferirsi, lavorava nell’editoria religiosa. La sua passione è la grafica, ma oggi ha poco tempo per applicarsi, perché ha mille altre cose da fare. «Sono la tappabuchi!», ride. Salvo poi ammettere che è lei a incontrare gli autori, ordinare la carta, tenere i conti, coordinare le operazioni, decidere tutto quello che c’è da decidere. Altro che tappabuchi.
Ad affiancarla, un team di suore affiatatissime, ognuna con la sua mansione: suor Marianna impagina i libri e realizza le copertine; suor Francesca sviluppa le lastre e confeziona gadget come le “medicine”, kit con rosario e preghiere in una scatoletta che pare quella dei farmaci, sulla falsariga della famosa Misericordina tanto cara a Papa Francesco; suor Nicodema gira i video e li monta nella sala di registrazione al piano di sopra; suor Dolores si occupa del sito internet, delle pagine di Facebook e Twitter e della newsletter per le parrocchie; e ancora suor Aurelia in stamperia, suor Anita in legatoria, suor Filippa, suor Teresia, suor Samuela.

Tutte timide, all’inizio, ma presto incontenibili: divertite dall’incursione di Gente nella loro routine quotidiana, si mettono in posa per le foto di gruppo sghignazzando e scambiandosi battute in polacco, strappando un sorriso anche a noi che non capiamo una sola parola di quello che dicono. Poi, alle 17.30, si dileguano. «E’ l’ora della Lectio Divina [la lettura delle Scritture, ndr]», spiega suor Teresilla. «La nostra giornata inizia presto, prima delle 6, ed è scandita da diversi momenti di preghiera: le lodi mattutine, la meditazione, la messa, i vespri, il rosario. Seguiamo la regola benedettina, ora et labora, prega e lavora».
E infatti lavorano sodo le loretane della Mimep. Ad aiutarle ci sono alcuni amici (così amano definirli), professionisti del settore che, nel tempo libero, le affiancano nella loro attività editoriale. Ma, più che collaboratori, sembrano membri della famiglia. «A Natale festeggiamo tutti insieme con una cena luculliana di nove portate, a base di specialità tradizionali polacche», racconta una di loro. «Cuciniamo quasi sempre ricette del nostro Paese», interviene suor Teresilla. «Ma una delle prime cose che don Angelo e don Massimo ci hanno insegnato quando siamo arrivate sono state le basi della cucina italiana!».
Di imparare, in fondo, non si finisce mai. Le suore di Passano lo sanno bene e fanno di tutto per restare al passo con i tempi, con corsi di aggiornamento e attrezzature all’avanguardia, che fanno della Mimep una piccola ma efficientissima realtà. Un paradiso in terra dell’editoria, dove si sfornano libri a pieno ritmo. Senza mai perdere la calma serafica e il buon umore.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 31
11 agosto 2015


Divulgare Testi Sacri e la Parola di Dio attraverso la stampa è certamente una cosa meritevolissima e le suore Loretane della Mimep-Docete lo fanno alla loro maniera, ovvero alla maniera di chi ha Dio nel cuore: col sorriso sulle labbra e tanta letizia e serenità.

Marco

giovedì 11 marzo 2021

Suor Lisa, star del football: alleno per trasmettere la Fede


Se pensavate di esservi abituati a tutto, vedendo suor Cristina cantare Like a Virgin di Madonna, è perché non avevate ancora conosciuto suor Lisa Maurer.
Per incontrarla dovete andare a Duluth, la città del Minnesota dov’è nato Bob Dylan. Prendete la macchina e andate al Centro di salute che sorge poco distante dal Monastero di Santa Scolastica, dove suor Lisa vive. Lei si occupa dei membri anziani della comunità, insegna catechismo e svolge mille altre attività di servizio nel monastero e in parrocchia.
Fino a pochi mesi fa, la vita di suor Lisa – come si usa dire – non faceva notizia. Poi le hanno chiesto un impegno particolare: allenare la squadra maschile di football americano del St. Scholastica Athletics. «Il football mi è sempre piaciuto ma non sono mai stata una sfegatata, anche se mio padre era un allenatore i miei fratelli dei tifosi» ha spiegato al Catholic News Service. Eppure sette anni fa le suore del Monastero di Santa Scolastica hanno avviato un programma educativo che comprendeva anche il football. «I ragazzi si allenavano nel cortile del monastero e, ogni tanto, mi capitava di dare un’occhiata». Fino al marzo 2014. Quando Kurt Ramler, l’allenatore della squadra, si avvicinò a suor Lisa e le propose di diventare vice-allenatore.
«Ero titubante perché non volevo assumermi una responsabilità che avrebbe potuto creare problemi agli altri miei impegni». Il coach Kurt la convinse così: «Lei ha già allenato le ragazze-studentesse che giocano a pallavolo, pallacanestro e softball. Ora avrà la possibilità di far crescere questi ragazzi con un altro sport».
In poco più di otto mesi suor Lisa è diventata un mito. La squadra che allena infatti continua a vincere. Non pensiate però che la nostra benedettina si sia montata la testa. Tutt’altro. Lei ha i piedi ben piantati per terra e nel Vangelo. «Giocare a calcio per questi ragazzi è un’opportunità innanzitutto educativa». E la fama? Come vive la fama? «Spero che chi leggerà la mia storia sappia andare oltre la curiosità e si avvicini a Dio. Lui è presente nelle nostre vite. Sempre. Anche quando giochiamo. A me non interessa vincere. Il mio sogno più grande è che grazie a questa storia un giovane pensi alla vocazione religiosa o a che modo può servire la Chiesa col suo talento».
Insomma, vista sul campo suor Lisa potrebbe sembrare solo un «personaggio» uscito da qualche film americano, ma se la lasciate parlare scoprirete che è una suora tutto tondo. Vera. Verissima.

9 dicembre 2014

FONTE: Avvenire


Bel connubio tra Fede e sport. E non stupisca questa cosa..... Dio è dappertutto, si può trovare dovunque e si può portare a chiunque. Anche a dei ragazzoni impegnati in uno sport "rude" come il football americano, i quali certamente beneficeranno molto dell'apporto morale e spirituale di suor Lisa, oltre che nello sport, sopratutto nella vita di tutti i giorni e nell'Amore verso il Signore.

Marco

venerdì 5 marzo 2021

Rinuncia all'aborto e salva se stessa e la bimba


Dal Brasile arriva una storia che ricorda a larghi tratti quella di Chiara Corbella, la ragazza romana che rinunciò a curare il suo tumore alla lingua per proteggere il figlio che portava in grembo dagli effetti invasivi della radio e della chemioterapia. Anche Ana Beatriz Frecceiro Schmidt, impiegata di banca 32enne, ha scelto la vita nonostante i consigli dei medici che la esortavano ad abortire. Il 19 giugno del 2017 la ragazza, mentre allattava il suo primo figlio di 9 mesi, si accorse di avere un nodulo al seno. Gli esami radiografici le confermarono il cattivo presagio: si trattava, infatti, di un cancro. Una scoperta resa ancora più amara dal fatto che Ana Beatriz aveva appena saputo di essere incinta del suo terzogenito.

La vita prima di tutto

Dopo la diagnosi, i medici le hanno consigliato di interrompere la gravidanza, ma Ana Beatriz è stata inamovibile: Ho deciso di andare avanti con la gravidanza, perché sono contro l'aborto, credo nella vita, credo nell'amore. La forza d'animo che la contraddistingue e la speranza che ha trovato nella fede hanno spinto la ragazza a rassicurare, lei stessa, tutti i familiari e gli amici, a convincerli che era stata la decisione migliore da prendere. La giovane madre ha spiegato così la sua scelta: “Non sacrificherei mai la vita di mia figlia per salvare la mia. Penso che tutte le vite abbiano lo stesso valore e non ucciderei mai mia figlia per salvarmi. Non potrei conviverci”.

La lotta contro il cancro

Esattamente un anno fa, Ana Beatriz ha subito una mastectomia totale che ha previsto l'asportazione del suo seno sinistro. L'intervento ha consentito però di estirpare anche il tumore. “Ho ucciso chi aveva cercato di uccidermi”, ha detto la ragazza ricordando sul suo profilo social quel giorno. Una giornata di festa, vissuta col sorriso al risveglio dall'anestesia. Preoccupandosi prima di tutto della salute della figlia che stava aspettando, Ana Beatriz ha optato per il trattamento più rischioso, ma alla fine ce l'ha fatta. Il suo coraggio è riuscito a prevalere sul cancro.Ho detto a tutti – racconta la giovane madre – o vivremo insieme, o saremo morti insieme, ma non mi sarei separata da lei, sacrificandola, uccidendola per salvarmi. Così ho combattuto per entrambe ed entrambe siamo sopravvissute
.

Il dono della gravidanza

L'operazione è stata particolarmente dura per il fisico di Ana Betriz non potendo assumere farmaci antidolorifici ed antinfiammatori per non compromettere la vita della piccola che custodiva in pancia. Ana Beatriz ha raccontato come considerasse la sua gravidanza un dono di Dio anche in quei momenti difficili. Infatti, trattandosi di un tumore di tipo ormonale, lo stato interessante in cui si trovava lo ha fatto sviluppare più velocemente ed ha consentito, quindi, di individuarlo in tempo. “Se non fossi stata incinta – ha spiegato la ragazza brasiliana – avrei rischiato di scoprirlo mentre già si stava metastatizzando”.

Il ruolo della fede

Nella decisione di Ana Beatriz ha senz'altro influito moltissimo la sua fede:Sono cristiana – ha confessato la ragazza – e sono sicura che è stata la mia fede in Dio che mi ha tenuto in piedi. Non ho mai perso la fede, non mi sono mai disperata e non ho mai pensato che io e la mia piccola saremmo morte”. Affidarsi completamente al Signore e mettere la vita prima di ogni altra cosa; in questo modo la 32enne è riuscita a non perdere mai la speranza durante la difficile esperienza che si è trovata ad affrontare: “Ho una fede molto forte in Dio e nella vita. So che Dio ha uno scopo nella mia vita e in quello di mia figlia, so che è stato un dono di Dio per me. Durante tutto questo tempo, questo periodo difficile vissuto, sapevo che Dio era con me, sostenendomi, sostenendoci
.

La prima femminuccia

Gli sforzi di Ana Beatriz sono stati premiati e alle 3 e 40 del 24 gennaio 2018 è nata Louise, la prima figlia femmina dopo due maschi. La piccola, 3790 grammi d'amore, è stata accolta dalla gioia di una mamma esemplare che ha voluto ringraziare immediatamente il Signore per la grazia ricevuta.Dio è davvero perfetto e meraviglioso” ha scritto su Facebook subito dopo il parto, pubblicando la prima foto con in braccio quella che definisce “la sua piccola guerriera” accanto al marito Jonathan. Oggi Louise ha 6 mesi e gode di ottima salute, gioca felice con i fratelli, il padre e quella madre che tanto l'ha voluta ed ha lottato duramente per darle la luce. Ana Beatriz oggi si ritrae sui social dal parrucchiere promettendo che sarà l'ultima volta in cui rade i capelli, sperando di poter rivedere presto la sua folta chioma bionda scomparsa ormai un anno fa. “Ho avuto il cancro – ha efficacemente sentenziato la ragazza brasiliana in un'intervista ad Aci Digital – ma lui non ha mai avuto me
. Mentre lei, ora, ha Louise ed una famiglia felice.


di Nico Spuntoni

18 agosto 2018

FONTE: In Terris

domenica 28 febbraio 2021

Papa Francesco propone 15 semplici atti di Carità che egli ha citato come manifestazioni concrete d’Amore

1. Sorridere, un cristiano è sempre allegro!

2. Ringraziare (anche se non “devi” farlo).

3. Ricordare agli altri quanto li ami.

4. Salutare con gioia quelle persone che vedi ogni giorno.

5. Ascoltare la storia dell’altro, senza pregiudizi, con amore.

6. Fermarti per aiutare. Stare attento a chi ha bisogno di te.

7. Alzare gli animi a qualcuno.

8. Celebrare le qualità o successi di qualcun altro.

9. selezionare quello che non usi e donarlo a chi ne ha bisogno.

10. Aiutare quando serve perché l’altro si riposi.

11. Correggere con amore, non tacere per paura.

12. Avere buoni rapporti con quelli che sono vicino a te.

13. Pulire quello che uso in casa.

14. aiutare gli altri a superare gli ostacoli.

15. Telefonare ai tuoi genitori.


Il miglior digiuno

Ti proponi di digiunare in questa Quaresima?

• Digiuna di parole offensive e trasmetti parole squisite

• Digiuna di scontenti e riempiti di gratitudine

• Digiuna di rabbia e riempiti di mitezza e di pazienza

• Digiuna di pessimismo e riempiti di speranza e di ottimismo

• Digiuna di preoccupazioni e riempiti di fiducia in Dio

• Digiuna di lamenti Riempiti di cose semplici della vita

• Digiuna di pressioni e riempiti di preghiera

• Digiuna di tristezza e amarezza, e riempiti il cuore di gioia

• Digiuna di egoismo e riempiti di compassione per gli altri

• Digiuna di mancanza di perdono e riempiti di atteggiamenti di riconciliazione

• Digiuna di parole e riempiti di silenzio e di ascolto degli altri

Se tutti praticheremo questo digiuno il quotidiano si riempira‘ di: Pace, Fiducia, Gioia e Vita.

Felice e Santa Quaresima!

domenica 21 febbraio 2021

Sacerdoti in corsia nei reparti Covid. Il conforto dei Sacramenti e una parola di speranza

I racconti dei sacerdoti impegnati in servizio nei reparti ospedalieri Covid raccolti dal giornale diocesano "La Libertà" di Reggio Emilia-Guastalla. Sono una ventina in tutto i preti che hanno chiesto e ottenuto di entrare nei reparti Covid per portare il conforto dei sacramenti e una parola di speranza negli ospedali di Reggio Emilia, Guastalla e Scandiano. Un segno di consolazione divenuto concreto grazie a una convenzione firmata dal direttore generale dell’Ausl-Irccs di Reggio Emilia Cristina Marchesi e dal pastore della Chiesa reggiano-guastallese Massimo Camisasca

A volte basta poco per cambiare l’umore di qualcuno. Più volte colgo in me il forte desiderio di poter fare tutto il possibile per rendere gli altri contenti; anche aiutando a vedere la stessa realtà ma con l’ottimismo di chi il bicchiere lo vede mezzo pieno, anziché mezzo vuoto. È prevalso il tempo trascorso nelle camere fra un malato e l’altro, soprattutto per ascoltare i loro racconti; sedersi accanto (nella distanza di sicurezza concessa) per immergersi nei loro ricordi e passioni, essere coinvolti dai loro sogni, desideri e progetti, ma anche condividere e giustificare le loro paure e fatiche. In quei momenti mi è stato concesso di essere una presenza importante mandata dalla Provvidenza; un vero e proprio strumento del Signore inviato lì per infondere calore e per garantire a quel malato il sostegno donato da una presenza umana e divina insieme”. Con queste parole don Giuliano commenta sul giornale diocesano di Reggio Emilia-Guastalla, “La Libertà ”, il suo servizio in un reparto ospedaliero Covid.

Nulla di speciale, in fondo: prendersi cura di un bisognoso ci permette di sperimentare quanto nel Vangelo ci viene raccontato del buon samaritano: modello di vita da fare nostro sempre, al di là di ogni nostra specifica vocazione”, aggiunge il sacerdote, che è collaboratore nell’unità pastorale "Regina della Pace" di Casalgrande e Salvaterra (Reggio Emilia). E come don Giuliano ci sono altri presbiteri, una ventina in tutto, che hanno chiesto e ottenuto di entrare nei reparti Covid per portare il conforto dei sacramenti e una parola di speranza negli ospedali di Reggio Emilia, Guastalla e Scandiano:

6 giorni su 7, con turni dalle 13 alle 20, nella più rigorosa osservanza dei controlli a cui essi per primi si sottopongono e nel rispetto della libertà di coscienza dei cittadini. Un segno di consolazione divenuto concreto grazie a una convenzione firmata dal direttore generale dell’Ausl-Irccs di Reggio Emilia Cristina Marchesi e dal pastore della Chiesa reggiano-guastallese Massimo Camisasca.

È stata ed è per me una priorità in questo tempo di Coronavirus, sia durante la prima che la seconda ondata della pandemia, assicurare la presenza di sacerdoti all’interno degli ospedali”, afferma mons. Camisasca. E aggiunge:

Garantire la vicinanza di un prete a chi è gravemente malato o sta morendo è la più alta forma di carità che la Chiesa possa esprimere. Accompagnare chi muore all’ultimo passo è il dono più importante che possiamo fare ai nostri fratelli. Non c’è infatti solitudine più grande di quella della morte. La presenza del sacerdote alimenta la speranza che l’incontro con Dio sia un incontro vitale, rappresenti l’inizio di una nuova vita”.

L’idea iniziale, maturata anche grazie alla testimonianza di don Alberto Debbi, pneumologo tuttora operante a chiamata presso l’Ospedale di Sassuolo, ha incontrato l’appoggio dei vertici dell’Ausl-Irccs. Sono seguite, da parte della Chiesa diocesana, le richieste di disponibilità ai sacerdoti, individuando come potenzialmente idonei quelli di età inferiore ai 60 anni. Quanti hanno risposto all’appello hanno subito intrapreso un cammino di formazione online; insieme ai preti disponibili, agli incontri preparatori partecipano sia funzionari dell’Azienda sanitaria, che ne curano l’addestramento, sia membri di un’équipe diocesana, che offre un percorso di sostegno.
Offrire un supporto psicologico e spirituale – sottolinea mons. Alberto Nicelli, vicario generale – può costituire un sollievo in primo luogo per i malati; la presenza dei sacerdoti dà poi sostegno alla loro comunicazione, attraverso telefoni e tablet, con i familiari lontani; rappresenta altresì un aiuto al personale medico-sanitario, affaticato e spesso provato in prima persona dal virus”.

Azienda sanitaria e diocesi hanno condiviso la consapevolezza che l’assistenza spirituale può essere in tantissimi casi un “quid” che si aggiunge alle competenze scientifiche e all’azione terapeutica.


di Edoardo Tincani

13 febbraio 2021

FONTE: La difesa del popolo

domenica 14 febbraio 2021

Lettera di Sant’Agostino all’uomo per amare una donna per sempre


Giovane amico, se ami questo è il miracolo della vita.

Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo.

Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.

Ama la tua donna senza chiedere altro all’infuori dell’eterna domanda che fa vivere di nostalgia i vecchi cuori.

Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire. Guardala negli occhi affinché le dita si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le sicure promesse del vostro domani. Ma ricorda ancora, che se i corpi si riflettono negli occhi, le anime si vedono nelle sventure.

Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi.

Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.

Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio.

Questa sposa, tua compagna di quell’ignoto cammino che è la vita, amala e difendila, poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero giovane amico, se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere.

Amala come il sole che invochi al mattino.

Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore.

Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi ha concesso la grazia più luminosa della vita!


(S. Agostino)