«La Carità è paziente», perché sopporta con serenità i torti ricevuti.
«E’ benigna», perché in cambio dei mali offre beni con larghezza.
«Non è invidiosa», perché nulla desidera in questo mondo, e quindi non sa invidiare i successi terreni.
«Non si vanta», perché non si esalta dei beni esteriori, mentre desidera ardentemente il premio di una ricompensa interiore.
«Non manca di rispetto», perché dilatandosi nel solo Amore di Dio e del prossimo, ignora tutto ciò che è contrario alla rettitudine.
«Non è ambiziosa», perché, occupandosi intensamente dei suoi beni interni, non sente affatto all’esterno il desiderio delle cose altrui.
«Non cerca il suo interesse», perché tutto quello che possiede in modo transitorio quaggiù lo trascura come fosse di altri, e non riconosce nulla di suo, se non quello che perdura con essa.
«Non si adira», perché, anche se provocata dalle ingiustizie, non si eccita ad alcun moto di vendetta, e attende maggiori ricompense future per i grandi travagli sostenuti.
«Non tiene conto del male ricevuto», perché rinsaldando l’anima nell’amore del bene, svelle dalle radici ogni forma di odio e non sa trattenere nell’anima ciò che macchia.
«Non gode dell’ingiustizia», perché, anelando unicamente all’amore verso tutti, non si compiace in alcun modo della rovina degli avversari.
«Ma si compiace della verità», perché, amando gli altri come se stessa, e vedendo in essi la rettitudine, si rallegra come di un profitto e progresso proprio.
Complessa e polivalente dunque è questa legge di Dio.
Dal «Commento al libro di Giobbe» di San Gregorio Magno, Papa